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Imbalsamazione

, 19 Febbraio 2014

Gerusalemme, l’alba di domenica di quasi duemila anni fa. Un gruppo di donne corre verso un sepolcro fuori città. Hanno aspettato questo momento per un giorno e due notti. Vanno a cospargere di aromi il corpo del loro amico falegname morto atrocemente 36 ore prima; il loro scopo è onorare il defunto e in qualche modo ritardarne la decomposizione praticando una sorta di imbalsamazione (Marco 16:1, versioni CEI e Nuova Diodati), anche se si tratta di una procedura lontana dalla precisione che avevano raggiunto gli egizi in tale arte.

Un gesto nobile, che testimonia il profondo amore di quelle donne verso il loro amico e maestro. Ma un gesto sbagliato perché il destinatario delle loro attenzioni in quell’istante non occupava più il sepolcro in cui era stato deposto. Quel rabbi ebreo aveva fatto una cosa che nessun altro maestro o guru, idealista o rivoluzionario, filosofo o fondatore di religione era stato e sarà mai in grado di fare, cioè tornare in vita dopo essere morto.

Quell’uomo infatti era ben più di un falegname, di un predicatore itinerante, di un guaritore, di un illusionista, di un visionario, di un seduttore di folle, di un utopista che predicava un regno di pace, gioia, amore, uguaglianza, libertà.

Quelle donne sbagliarono quella mattina di duemila anni fa perché non avevano ancora realizzato, nonostante gli insegnamenti ricevuti, che Gesù era ed è il Dio che si è incarnato ed è morto per il perdono dei nostri peccati e per riconciliare la umanità ribelle con il Dio santissimo ed è risorto per portare la vita eterna a tutti coloro che avrebbero accettato la sua offerta di grazia.

Stesso sbaglio commettono anche oggi miliardi di persone che stimano Gesù, lo considerano un grande uomo, magari il più grande, il più influente, il più importante, il più buono di tutti, ma appunto solo un uomo. Portano metaforicamente aromi alla sua tomba, onorandolo, ricordandolo, citando alcuni suoi insegnamenti, storpiandone altri, portandolo ad esempio di bontà e amore e pace ma considerandolo solo un uomo, che come ogni uomo è vissuto e poi a un certo momento è morto, lasciando dietro di sé una eredità fisica o morale o spirituale.

Stesso sbaglio commettono anche oggi milioni di cristiani che, almeno a parole, riconoscono Gesù come il Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, lo professano Salvatore delle loro anime, lo chiamano Signore, lo invocano in determinati momenti della loro settimana o delle loro vite, ma la cui condotta dimostra che dimenticano che Gesù è vivente.

Se anche tu sei tra questi, smettila di portare aromi al sepolcro. Gesù è vivo!
Smettila di celebrare ogni domenica un funerale, Gesù è risorto!
Smettila di imbalsamare metaforicamente Cristo. Gesù non è più nella tomba!

Se vuoi onorare veramente Gesù, non devi ungere il Suo cadavere, ma godere la comunione con il Dio vivente ogni istante della tua giornata

Se ami veramente Gesù, non devi imbalsamare il suo corpo ma lasciare che Colui che ha sconfitto la morte, Colui che era, che è e che viene (Apocalisse 1:4) viva in te e ti comunichi il Suo amore, la Sua gioia, la Sua pace.

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