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25 aprile; Bella Ciao e libertà

, 21 April 2022

Non c’è dubbio che la musica ha una straordinaria forza evocativa, tocca i sentimenti, unisce, accomuna, dà forza e coraggio. Un film, o certe scene di un film senza musica, non sarebbero la stessa cosa. Con la colonna sonora appropriata, l’ascoltatore viene letteralmente catapultato in altri tempi e in altri luoghi, nella storia o nella fiction. La canzone, in particolare, può servire un’ideologia e diventarne un simbolo potente. Talvolta i brani nascono per narrare un fatto o rappresentare un movimento, come El pueblo unido jamas serà vencido, portato alla fama dagli Inti Illimani nel 1974, e simbolo della conquista della democrazia o We are the world, che resta il punto di riferimento della lotta contro la fame in Africa. A volte la canzone viene semplicemente presa a prestito da altri contesti e le si cambia veste per raccontare altre storie, come facevano gli attivisti nelle marce per i diritti civili in America negli anni ’60 con We shall overcome, un antico spiritual afroamericano che veicola un messaggio di speranza aldilà delle sue specificità musicali. Ma ce ne sono anche altri, che sono diventati “bandiere e simboli” come Give Peace a Chance di John Lennon , ma di esempi ce ne potrebbero essere tanti. Uno dei più curiosi è senz’altro quello del canto che è strettamente legato al 25 aprile, Bella Ciao.

Gli esperti sostengono che all’epoca Bella Ciao fosse cantata da pochi gruppi e come abbia fatto a diventare il simbolo della lotta partigiana, non è proprio chiaro.
Avevo trovato, qualche tempo fa, un articolo che mi ha sorpreso, perché non sospettavo minimamente che una canzone che tutti conoscono, non solo in Italia, mi riferisco alla musica non al testo, avesse origini non partigiane, come pensavo, ma che ha invece origini Yiddish, che è una lingua degli Ebrei ashkenaziti, nata intorno al 10° secolo.
Una storia incredibile quella di questa canzone, vicende che si intrecciano da un continente all’altro, che ha a che fare con personaggi di origine tzigana, ebraica e cristiana, per diventare poi quel brano che tutti conosciamo, simbolo di libertà.

E’ una storia che riserva sorprese interessanti. Nel 2006, in un negozietto di dischi di Parigi, Fausto Giovanardi, ingegnere di Borgo San Lorenzo, acquista per 2 euro un CD dal titolo “Klezmer. Yiddish swing music”, lo mette in valigia insieme agli altri souvenir e per qualche settimana lo dimentica. Giorni dopo, sale sulla sua auto, inserisce il CD acquistato in vacanza e a un tratto si ritrova a canticchiare Bella Ciao, sulle note di un brano dal titolo Koilen, l’autore è Mishka Ziganoff, l’anno di composizione il 1919.
Il signor Giovanardi è meravigliato e comincia a contattare studiosi e musicisti per provare a recuperare ogni informazione possibile sull’autore e sulle connessioni tra Koilen e Bella Ciao. Quello che voleva sapere era come una musica popolare ebraica, nata nell’Europa dell’Est e poi emigrata negli Stati Uniti agli inizi del ‘900, fosse diventata la base dell’inno partigiano.
Martin Schwartz dell’università della California gli spiega che la melodia di Koilen ha un distinto suono russo ed è molto probabilmente originata da una canzone folk yiddish.
Rod Hamilton, della The British Library di Londra sostiene che Mishka Ziganoff era un ebreo originario dell’est Europa, probabilmente russo e la canzone Koilen è una versione yiddish della canzone “Dus Zekele Koilen”, “The little bag of coal”, La piccola borsa di carbone, di cui esistono almeno un paio di registrazioni.

Ma sorge ancora una domanda: come può uno che si chiama Tsiganoff (tzigano) essere ebreo? La risposta arriva da Ernie Gruner, un australiano capobanda Klezmer: Mishka Tsiganoff era un fisarmonicista zingaro cristiano, nato a Odessa, che aprì un ristorante a New York: parlava correttamente l’yiddish e lavorava come musicista di questo genere musicale, chiamato klezmer.

Fin qui la storia di questo ritrovamento. Come poi sia diventata la musica di Bella Ciao, sia nella versione partigiana, sia di quella delle mondine, è ancora in parte un mistero. E’ comunque interessante pensare a quale giro possa aver fatto un brano yiddish del 1919, dall’Est Europa alle montagne dell’Italia occupata per unire chi combatteva contro l’invasore.
Ma è ancor più interessante vedere quante sfumature ha acquisito oggi quel brano, perché da qualche anno è uscito dal contesto specifico del 25 aprile per entrare in molti altri spazi ed esprimere semplicemente l’anelito alla libertà e il desiderio di opporsi a un regime totalitario, quale che sia.

Dovrebbe essere scontato ricordare (o forse no) che il cristiano condannerà sempre chi opprime, e starà sempre dalla parte della libertà, perché libertà e verità, vanno a braccetto.

E’ vero che parlando di 25 aprile, si pensa, giustamente, ad un certo tipo di libertà, ma non è fuori luogo ricordare un famoso versetto (Gv 8:32); è Gesù che parla: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Non è esagerato pensare che queste parole di Gesù intercettino, in modo immediato e sorprendente, l’anelito più profondo che qualifica da sempre il cuore dell’uomo. E non è anacronistico pensare, proprio di questi tempi, quando la verità è in balia di chi gli fa comodo (vedi tutte le fake-news che ci vengono propinate), ecco – dicevo – non è anacronistico pensare che la verità con la V maiuscola, va sempre a braccetto con la libertà.

Nella storia, tra verità e libertà c’è sempre stata tensione. Non può esserci vera libertà quando la verità è oppressa, taciuta o distorta. La verità in senso pieno è offerta all’uomo, è lì sotto i nostri occhi, è assoluta, totalizzante; la libertà, sua interlocutrice, d’altra parte non accetta coercizioni. Dalla semplice apertura che caratterizza il nostro rapporto con la realtà fino ad arrivare all’atto di fede in Dio che in Gesù ci dice di essere la via, la verità e la vita; i diversi gradi con cui la verità si offre all’uomo che sempre richiedono l’implicazione cosciente della libertà.

Questo versetto biblico propone un rapporto dinamico con Gesù, il solo che rende pienamente liberi. C’è una citazione, quella di Gesù, che il grande inquisitore, nei fratelli Karamazov di Dostoievskij, rivolge a Cristo: «Invece di impadronirti della libertà degli uomini, Tu l’hai ancora accresciuta!». E’ meraviglioso! L’unico Dio Sovrano sopra l’intero universo, non è un tiranno che reprime; è invece il Dio d’amore che accresce la libertà, la vera libertà, in chi vuole accettarla.

Dal programma radio “Contrappunti” del 25/04/22

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