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Storie di vita ...e di fede
Vincenzo: la testa nel pallone...

Napoli è la città nella quale sono nato, la città che ha modellato fin da piccolo la mia personalità ponendo in me le basi per farmi diventare la persona che ora sono. Sono vissuto lì con i miei genitori e mia sorella fino quasi all'età di nove anni. La mia storia è quella di un giovane come tanti altri, con una grande passione, quella del PALLONE.
Mi chiamo Vincenzo. Fin da piccolo non mai avuto tanto a che fare con la religione dominante nel nostro Paese, infatti, grazie all’insistenza di mia madre e alla comprensione di mio padre, non ho ricevuto i sacramenti che il Cattolicesimo impone (mi riferisco al battesimo, comunione, cresima, ecc.).

Mia madre era una figlia di Dio, mentre mio padre lo è diventato un po' di anni dopo; al momento della mia nascita era un cattolico non praticante come tanti. Era quindi mia madre che ogni domenica conduceva me e mia sorella nella chiesa Cristiana Evangelica che lei frequentava.
Napoli però era (ed è) una città con valori forti che inevitabilmente mi prendevano e modellavano. Influenzato quindi da questo contesto, ma soprattutto per la mia grande voglia di emulare i “miti del calcio” quali Maradona… spinsi (con successo) i miei genitori ad iscrivermi ad una scuola-calcio. Uno sport che non sarebbe rimasto tale, ma che si sarebbe trasformato in un mondo tutto e solo mio, utilizzato da Satana come strumento per fuorviarmi. Ovviamente a sei anni tutto questo mi era ignoto, e così, innocentemente, iniziai a giocare per ore e ore a pallone e poi a calcio.

Mentre la mia vita fra scuola, calcio e chiesa continuava, i miei genitori progettavano qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita e quella della nostra famiglia. Nel giro di due anni, in seguito alla morte di mio nonno, ci trasferimmo a Reggio Emilia.
Il rapporto che avevo con Dio era quello semplice di un bambino e fondamentalmente non vivevo particolari momenti di crisi, anzi la vita di chiesa mi piaceva e non mi dava alcuna noia, visto che nulla di quello che mi piaceva fare veniva intaccato.
A dodici anni però mi trovai a dover fare un scelta per me molto pesante. Le leggi del pallone comportavano il dover disputare gli incontri di campionato per la maggior parte delle volte alla domenica mattina. Si presentava quindi davanti a me un bivio che mi costringeva a scegliere fra Dio e quel mondo chiamato calcio che mi governava cuore e mente. Scelsi Dio ma non con convinzione, anzi con rabbia perché non era la scelta che avrei voluto fare. Scelsi Dio per non deludere i miei genitori e per non fare una brutta figura in quel mondo, come la chiesa, in cui tutti sembravano ai miei occhi troppo giusti, a differenza invece di ciò che ero io. Fu quindi una scelta dettata da fattori esterni che non faceva altro che farmi allontanare, nel segreto del mio cuore, da Dio.

La mia vita continuava con il rimorso di aver lasciato il calcio, ma non passò molto tempo da quando potei riprendere a giocare. Avvenne infatti che la dirigenza della società sportiva a cui appartenevo crollò; questo comportò la retrocessione della squadra, quindi un cambiamento nel calendario della mia categoria: si giocava adesso il sabato pomeriggio!
Il mio re-inserimento fu fantastico. Ero migliorato parecchio nel periodo in ero rimasto a casa perché mi allenavo da solo per molte ore, trascurando ogni altro aspetto della mia vita, sfogando così tutta la mia voglia di giocare. Avevo a quel tempo quinici anni e quello che contava per me era solo il calcio. Mi sentivo forte, non avvertivo affatto il bisogno di un Dio a cui render conto della mia vita; arrivai persino a sfidarLo dicendoGli chiaramente di lasciarmi perdere perché alla mia vita ci pensavo io in quanto ero in grado di gestirmi da solo. Devo anche dire che in quel periodo ero rimasto deluso da persone che avevano profondamente ferito il mio cuore, colpendo dove non dovevano colpire; ero arrabbiato con il mondo intero perché voleva farmi entrare in schemi che non erano compatibili con la mia persona. Come se non bastasse si ripresentò a quel momento la stessa scelta, di nuovo lo stesso bivio: si doveva giocare nuovamente di domenica. Cosi lanciai questa sfida a Dio (sfida già persa in partenza), e questa volta scelsi il calcio, abbandonando la vita di chiesa quasi del tutto e annullando (o quasi), ogni rapporto con Dio.

Giocare a calcio non era per me solo uno sport, non era solo frequentare gli allenamenti con regolarità o presentarsi alle partite, era essere parte di un mondo che mi affascinava, un mondo che però mi avrebbe portato molto lontano da Dio. Anche il divertimento era un chiodo fisso in me e le amicizie che avevo contribuivano sempre più ad allontanarmi da Dio e da quell'ambiente di chiesa che mi aveva deluso.
Nel calcio tutto filava liscio finché non si parlò di assumere delle sostanze dopanti per migliorare le prestazioni in campo. Nonostante il mio rifiuto di Dio, qualcosa in me era rimasto e non accettai mai da nessuno, qualsiasi fosse il suo ruolo nella società, di assumere alcun tipo di doping. Quel qualcosa che era rimasto dentro di me mi faceva riflettere e mi faceva capire che razza di scelta avevo fatto, ma non fu un pensiero così potente da farmi cambiare idea, anzi continuai imperterrito sulla mia strada diminuendo sempre più la mia presenza in chiesa e azzerando ogni tipo di rapporto sincero con Dio.

Dio così utilizzò sempre il calcio per cambiare la mia vita. A gennaio dell’anno successivo il ginocchio sinistro iniziò a farmi male, piano piano si stava distruggendo ogni fibra di cartilagine e anche la mia caviglia destra non faceva altro che slogarsi. Arrivai ad avere cinque distorsioni, alcune delle quali molto dolorose, in poche settimane. Ciò causava persino la perdita dell'equilibio anche quando semplicemente camminavo. Con soddisfazione dal punto di vista calcistico, ma anche con grande sofferenza e con un ginocchio ormai marcio e con una caviglia distrutta finì la mia stagione.

Ero arrivato al limite della sopportazione. Quell'estate, fra esami e risonanze magnetiche che non facevano altro che evidenziare i miei problemi, senza troppa convinzione decisi di frequentare un "campo estivo" per giovani in Sicilia.

Dio però era lì che mi voleva per per parlarmi chiaramente tramite gli studi e la lettura della Bibbia, e mi fece realizzare il grande errore che avevo commesso nei Suoi confronti. Avevo capito davvero quanto grande era stato il mio sbaglio e quanto invece avevo bisogno di Lui, Avevo bisogno di mettere Dio alla guida della mia vita, così dopo poco tempo mi arresi completamente a Lui accettandoLo come mio personale Signore e Salvatore.


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