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Take 6

Il mutevolissimo firmamento della musica moderna ci ha ormai abituati ai colpi di fulmine, alle meteore improvvise e brucianti, alle comete che appaiono dal nulla con una chioma che sembrerebbe dover durare chissà quanto e che, invece, spesso è già sparita la notte successiva! In questi casi, l’unica verifica che conta è quella della prospettiva storica, e l’unico metro sincero quello del tempo. Oggi sono sempre più numerosi gli artisti che s’impongono con la stessa velocità con cui, magari, poco dopo scompaiono.

 

Del resto, i colossali interessi di mercato che stanno dietro (o davanti?) alla musica, e il gusto facilone ed effimero che un certo pubblico mostra spesso di possedere per le mode più vacue e mutevoli, rendono praticamente impossibile prevedere l’effettiva consistenza e durata dei vari artisti. Le medesime perplessità, ovviamente, erano legittime anche per i Take 6; non foss’altro che per le soprendenti dimensioni del loro successo. Ricordate i Neri per caso? Beh, i Take 6 sono i modelli originali a cui essi si sono ispirati. Con il loro primo album all’inizio degli anni ’90, i Take 6 riuscirono a sconvolgere ogni previsione di vendita, e tutti i più importanti giornali americani (dal New York Times a Billboard, dal Time a USA Today) hanno dedicato loro pagine intere.

È stata sconvolgente, soprattutto, l’estrema rapidità con cui il loro nome è divenuto popolare in tutto il mondo. Esiste, però, una luce diversa con cui considerare la loro improvvisa apparizione e ascesa nel firmamento musicale di quest’ultimo decennio, ed è una luce che consente d’individuare alcuni elementi sicuri circa il valore del gruppo e la sua “composizione” artistica. Innanzi tutto, l’essenzialità della struttura – si tratta di un sestetto di sole voci – esclude ogni spettacolarità gratuita legata a strumentazioni faraoniche, mirabolanti effetti elettronici e altre tecnologie oggi così inevitabili: tutto si esaurisce con un buon microfono. Poi, il contenuto stesso della loro vocalità è del tipo che meno si offre alle lusinghe del business e alle sue manipolazioni.

Fondamentalmente ispirata al gospel, e fortemente permeata di religiosità, la proposta artistica dei Take 6, nella sua nuda e rigorosa adesione all’essenzialità della tradizione (il che non toglie che la musica del gruppo sia moderna, divertente e anche “facile” da ascoltare), segue, infatti, strade ben diverse da quelle, assai appetite dall’attuale showbiz del rap, del raggamuffin, della dance, dell'easy listening o del rock, forme senz’altro rispettabilissime ma entro le quali è sempre più arduo, per eccesso d’inflazione, distinguere l’oro dal piombo.
Infine, se è vero che la popolarità dei Take 6 è dilagata in tutto il mondo con tale evidenza solo da pochi anni a questa parte, è altrettanto vero che la loro storia ha radici più profonde e consolidate. Oggi i Take 6 sono una delle espressioni più vitali e pregnanti della vocalità contemporanea, un perfetto canale di comunicazione fra le radici della tradizione e le fronde più svettanti della sensibilità moderna, una sorprendente interfaccia tra la spiritualità del loro canto e l’irresistibile spettacolarità del loro live act, un concentrato di musicalità, personalità espressiva e perfetto dominio dei notevolissimi mezzi vocali e tecnici. Un gruppo, insomma, assolutamente unico.

 


Per maggiori informazioni consultare il sito www.take6.com

 
 
 
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