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Archivio
Una raccolta degli articoli più significativi pubblicati nei mesi scorsi...
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Gennaio 2012
Il
Vangelo non è una religione
Ci sono svariate religioni, ma c'è un solo Vangelo.
Tra religione e Vangelo c'è una differenza enorme:
la religione è opera dell'uomo,
il Vangelo è dono di Dio.
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La religione è ciò che l'uomo fa per Dio,
il Vangelo è ciò che Dio ha fatto per l'uomo.
La religione è l'uomo in cerca di Dio,
il Vangelo è Dio che cerca l'uomo.
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La religione consiste per l'uomo nell'arrampicarsi sulla
scala della propria giustizia,
con la speranza d'incontrare Dio sull'ultimo gradino,
il Vangelo consiste per Dio nel discendere la scala venendo
a noi in Cristo,
per incontrare noi peccatori sul gradino più basso.
La religione è buona volontà,
il Vangelo è buona notizia.
La religione è buoni consigli,
il Vangelo è annuncio gioioso.
La religione prende l'uomo e lo lascia com'è,
il Vangelo prende l'uomo com'è, ma ne fa ciò che deve essere.
La religione riforma l'esteriore,
il Vangelo trasforma nel profondo.
La religione pulisce in superficie,
il Vangelo pulisce a fondo.
Talvolta la religione non è che una commedia,
il Vangelo è vita.
Il Vangelo è "potenza di Dio per fa salvezza di chiunque crede".
Ci sono molte religioni,
ma c'è un solo Dio.
La tua fede è una religione o è l'incontro con l'amore di Dio
che ti salva in Cristo?
(J. T. Seamands)
Puoi dire la tua, se vuoi: info@radiorisposta.org
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Ottobre 2011
Uccidi
la religione prima che la religione uccida te!
"... La religione è il cancro sociale dell’umanità,
su questo non c’è dubbio. La religione colpisce e affligge tutti, poveri
e ricchi, bianchi e neri, analfabeti e plurilaureati.
Attraverso la religione si sono perpetrati – e continuano a perpetrarsi
– crimini atroci e genocidi contro l’umanità, milioni e milioni di uomini,
donne e bambini uccisi trucidati, di cui la Storia dovrebbe averci messo
ampiamente in guardia già da tempo dalle pericolosissime metastasi tumorali
che nascono dalla religione..."
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E' questo uno stralcio di una mail, una delle tante che riceviamo.
Possiamo dire che in parte siamo anche daccordo... sono anni
infatti che ripetiamo dai nostri micofoni, NON RELIGIONE, MA
CRISTO! A questa mail però vogliamo rispondere; l'ha fatto per
noi Massimo Medda reinoltrando una risposta personale al mittende
della mail, ma vogliamo farlo anche pubblicamente. A proposito,
la mail è stata inviata da un movimento ateo.
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Caro... ho letto l'intervista che hai rilasciato a Giovanni
Caporaso e l’ho trovata molto interessante; sono d'accordo che la religione
inventata dagli uomini sia inefficace, anzi dannosa, perché non solo
non raggiunge lo scopo ma distrae l'uomo dal suo obiettivo principale,
gli fornisce un alibi, tranquillizza e addormenta la sua coscienza.
Permettimi di parlarti di un uomo che circa 2000 anni
si scagliava con fermezza contro la religione, condannando l'ipocrisia
della “chiesa” del tempo; quell'uomo si chiamava Gesù; il suo messaggio,
che possiamo leggere ancora oggi nel vangelo, è infatti sostanzialmente
anti-religioso. Mentre la religione, qualunque religione, afferma che
per soddisfare le esigenze di Dio, per ottenere le Sue benedizioni e
evitare le Sue punizioni, dobbiamo mettere in pratica certi insegnamenti,
ubbidire a certi uomini che si chiamano sacerdoti, imam, bramini o rabbini,
fare determinate cose, in sostanza comportarci "bene" dove
il bene e' definito da altri ed e' suscettibile di cambiamenti a seconda
delle evenienze e delle convenienze, Cristo ha portato un messaggio
diametralmente opposto: l'uomo e' sì nemico di Dio e come tale destinato
alla distruzione, ma Dio vuol fare la pace con lui e per far ciò si
e' incarnato per farsi crocifiggere, prendendo su di sé la punizione
che l'uomo meritava per i suoi peccati. Mentre dunque alla domanda:
come posso fare la pace con Dio? ogni religione, comprese quelle
“cristiane”, risponde: fa questo, di' questo, ubbidiscimi e forse
ci riuscirai, la risposta di Cristo e': Niente, ho fatto tutto
io, tu devi solo credere in me e nel mio sacrificio e sicuramente, sicuramente
otterrai gratuitamente questo dono meraviglioso.
Questo e' il messaggio evangelico, la buona novella: Dio esiste,
ti ama, è morto e risorto per te per donarti la vita eterna; Gesù è
il Dio vivente che vuole avere una relazione diretta con te, senza intermediari,
come quella tra padre e figlio, tra marito e moglie.
Sconvolgente? Sicuramente, come può essere il messaggio
di un Dio che muore e risorge! Umiliante? Senz'altro, perché afferma
la assoluta incapacità dell'uomo di arrivare a Dio con le proprie forze.
Irrazionale? Sì, nel senso che la mente umana non può comprendere misteri
come essere al tempo stesso perfetto Dio e perfetto uomo; è anche vero
però che persino al più brillante degli scienziati sfuggono concetti
"atei" come la infinità dell'universo o la eternità della
materia.
Ma è anche un messaggio consolante, positivo, vivificante, pieno di
amore. Sei nel giusto quando dici che solo liberandoci della religione
diventeremo liberi ma la Bibbia dice qualcosa di più e cioè che solo
seguendo Cristo troveremo la vera libertà, ci libereremo cioè
dalla paura della morte, del futuro, della malattia, dall'ansia di dimostrare
che siamo meglio degli altri, dal desiderio di dominare sul prossimo,
dalla avidità, dalla brama di successo e di fama, dalla naturale tendenza
a commettere il male, dall’odio, dal rancore, dall’invidia. Solo
seguendo Cristo troveremo la vera vita, la vita abbondante,
la vita degna di essere vissuta, la vita di Dio; solo seguendo Cristo
vivremo il vero amore, l’amore puro, disinteressato, totale come quello
che Gesù ci ha dimostrato sulla croce; solo seguendo Cristo
godremo della vera pace e della vera gioia, quella gioia e
quella pace indipendenti dalle circostanze perché hanno la loro sorgente
in Lui.
Probabilmente replicherai che la maggior parte di chi si professa cristiano
non manifesta praticamente questa libertà, questo amore, questa vita,
questa gioia, questa pace; non posso che essere d’accordo e la ragione
è che la maggioranza dei sedicenti cristiani non è un vero discepolo
di Cristo ma solo un religioso che per tradizione, per ignoranza, perché
vittima di inganni o per tacitare la propria coscienza, segue degli
uomini che lo portano lontano da Dio. Ma non possiamo attribuire a Dio
le loro colpe, come io non posso incolpare te se qualcuno che tu neppure
conosci mi desse uno schiaffo dicendomi: me l'ha detto lui di dartelo!
In conclusione, invito chi come te è schifato dalla religione
a correre lontano da essa, in qualunque forma appaia, e volgerti all’Unico
che può darti la salvezza e cambiare veramente la tua vita, quel Gesù
che ti ama e anche oggi ti tende la mano. Non rifiutare la sua
offerta di grazia!
Massimo Medda
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Giugno 2011
A
150 anni dall'unità d'Italia
bisogna ancora "fare"
gli Italiani!
La ricorrenza dei 150 anni trascorsi dall’unità d’Italia
(1861-2011) incoraggia il ricordo della visione di servizio e di testimonianza
che ebbero i fratelli vissuti in quel tempo e suggerisce una riflessione
sul valore che la diffusione dell’Evangelo ha sulla crescita culturale,
morale, spirituale ed anche economica di una nazione che è, di conseguenza,
una riflessione sul valore del nostro impegno di testimoni, oggi.
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Il 17 marzo 1861 a Torino avvenne la proclamazione del Regno
d’Italia: dopo gli anni combattuti e difficili del Risorgimento,
l’Italia era finalmente unita, era finalmente una nazione, anche
se ancora le mancava il possesso del Veneto, del Friuli, del Trentino
Alto Adige, ma soprattutto del Lazio e della città indicata da
tempo come sua futura capitale, Roma.
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Qui resisteva ancora quell’anomalo regno, da secoli indicato
come “Stato della Chiesa”, ma di una “chiesa” che, essendo diventata istituzione
di potere umano e politico oltre che proprietaria di beni e di territori,
essendo cioè diventata come uno dei “regni del mondo” ed avente per di
più anche “la loro gloria” (Mt 4:8), nulla aveva più a che vedere con
la vera Chiesa fondata da Gesù.
Già da tempo sono in corso i preparativi per celebrare i
150 anni trascorsi da quell’evento. In questo percorso celebrativo non
si contano le polemiche persistenti, come quelle dovute
a spinte secessioniste per di più settentrionali e padane ma anche meridionali,
e gli interventi inopportuni, come quello del cardinale
segretario di Stato (Vaticano) davanti a porta Pia nel 130° anniversario.
Ma non è di polemiche e di inopportunità che voglio parlare.
Infatti desidero piuttosto ricordare che il Risorgimento
fu anche il periodo storico, certamente non casuale, ma voluto da Dio,
in cui si sviluppò nel nostro Paese il fermento spirituale che portò alla
nascita del movimento di risveglio a cui le nostre Assemblee fanno ancora
oggi riferimento.
La lettura della Parola di Dio, la centralità unica ed esclusiva
della persona e dell’opera di Cristo, la semplicità del radunarsi nel
nome del Signore e intorno alla sua “tavola”, la sollecitazione del servizio
di ciascun credente attraverso l’esercizio dei doni dello Spirito Santo
furono aspetti di questo risveglio indubbiamente favoriti da un allentamento
della repressione nei confronti di qualsiasi forma di vita spirituale
considerata ostile al cattolicesimo.
Ma furono anche aspetti che, propugnando la libertà
di coscienza e la responsabilità individuale, favorirono il formarsi
di un humus morale e spirituale sul quale crebbe in molti l’impegno civile
per l’unità della nazione.
Personaggi come Cavour, Mazzini, Garibaldi, Pisacane,
i fratelli Bandiera (e quanti altri!) avevano a cuore la lettura
personale della Bibbia. Solo il Signore conosce i frutti di questa lettura
nella loro vita, ma è indubbio che ad essa erano stati incoraggiati non
certo da una “chiesa” che, politicamente e spiritualmente, era loro nemica,
ma piuttosto dalla frequentazione di ambienti protestanti.
E che dire del giovane Mameli, autore dell’inno
nazionale (oggi anch’esso discusso)? Molti ignorano che il suo “Fratelli
d’Italia” abbia non una ma cinque strofe e che alcuni versi della
terza strofa recitino:
“Uniamoci, amiamoci,
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio
chi vincer ci può?”
Risorgimento e contestuale progresso del Vangelo, ma soprattutto:
progresso del Vangelo e Risorgimento! Il nostro ricordo
deve nascere dalla consapevolezza storica di questa doppia relazione,
ma anche (o soprattutto!) dal desiderio che “il suolo natio” sia reso
“libero”: libero dall’ignoranza spirituale, libero dalla sempre più diffusa
religiosità pagana che oscura Dio e la sua Parola, libero dalla superstizione
e dall’occultismo, libero dal servilismo dei più e dal potere arrogante
dei pochi, libero dalla schiavitù del male...
Perché
“bisogna fare gli italiani”?
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La scelta della frase di partenza non è certamente casuale,
perché, in relazione alla situazione morale, culturale e spirituale della
nazione italiana ma anche all’impegno di testimonianza delle Assemblee,
ci offre uno spunto per considerazioni sul passato e sulle prospettive
future.
“Abbiamo fatto l’Italia, bisogna fare gli italiani”.
La frase, diventata ormai proverbiale, fu pronunciata da Massimo Taparelli,
marchese D’Azeglio, predecessore di Cavour come primo ministro del regno
di Piemonte e Sardegna, noto anche per essere stato genero di Alessandro
Manzoni.
Cosa voleva affermare con questa frase?
1. Voleva ricordare che l’unità d’Italia, pur se storicamente
già realizzata, doveva ancora essere conquistata sul piano sociale e politico,
perché nasceva in un momento di intense divisioni ed
in un periodo in cui movimenti rivoluzionari di ispirazione anarchica
e socialista stavano prendendo sempre più piede, incoraggiati da una classe
politica conservatrice.
L’unità d’Italia inoltre nasceva con la persistente
ostilità della chiesa cattolica e dello Stato di quella Chiesa:
ostilità pubblicamente espressa dal re di quello “stato”, papa Pio IX
che considerava l’unità d’Italia “il peggiore dei mali”. Inoltre, da un
punto di vista organizzativo e di presenza sul territorio, la chiesa cattolica
era sicuramente la forza istituzionale più forte in tutta la penisola,
senza però esserlo dal punto di vista morale. Viveva cioè la situazione
di forza strutturalmente coesa ma con un impatto fortemente disgregante
sul tessuto sociale. La Chiesa era, e purtroppo continua ad essere, uno
“stato” nello Stato con tutte le conseguenze che sono sotto i
nostri occhi.
Inoltre è opportuno anche ricordare che la monarchia e le
istituzioni erano avvertite, soprattutto nelle regioni meridionali, come
istituzioni soltanto piemontesi, quasi come se fossero non italiane, e
quindi avverse.
2. La frase di Massimo D’Azeglio voleva affermare che il
problema più acuto che il nuovo Regno d’Italia, appena sorto, avrebbe
dovuto affrontare era quello dell’educazione nazionale,
non soltanto di un’educazione che guidasse la lotta contro l’analfabetismo,
ma che soprattutto guidasse gli italiani ad essere gradualmente liberati
dai vizi dell’indisciplina, della irresponsabilità, della disonestà, della
immoralità, e che guidasse nella loro vita la formazione di quelle che
egli chiamò “doti virili”.
Per completezza di informazione è doveroso ricordare che,
se la frase del D’Azeglio divenne una sorta di proverbiale proclama nazionale,
non sempre il suo autore ne fu all’altezza tant’è vero che, per il suo
comportamento libertino, all’interno della corte sabauda veniva chiamato
“sporcaciùn”, epiteto piemontese che non ha certo bisogno di traduzione.
Conoscenza
del Vangelo ed alfabetizzazione
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In questo contesto si sviluppò l’impegno di alcuni patrioti
che, esuli in Inghilterra, erano tornati in Italia, abbandonando
in alcuni casi la lotta politica, e facendo propria la causa del Vangelo,
convinti che il bene della nazione scaturisse proprio da quest’ultimo
impegno.
Dal 1857 sotto la guida di Teodorico Pietrocola Rossetti,
stabilirono in Piemonte (a Spinetta marengo, AL) la base del loro servizio.
Il Rossetti, originario di Vasto in Abruzzo, era riparato
in Inghilterra dopo essere stato condannato a morte per la sua partecipazione
a Napoli ai moti rivoluzionari del 1848-1849. A Londra era arrivato alla
conversione a Cristo attraverso la testimonianza del conte Piero Guicciardini.
Questo servizio avrebbe portato il Rossetti ed i suoi compagni
d’opera ad impegnarsi in due precise direzioni:
1. Diffondere la conoscenza del Vangelo in tutta
la penisola, attraverso un capillare programma di distribuzione
e diffusione del testo biblico. Nel frontespizio della Bibbia di una sorella
convertita a Cristo nei primi anni del novecento ho trovato trascritto
il noto epigramma del Giusti che da anni veniva usato come manifesto dell’impegno
di rinnovamento della società italiana: “Il fare un libro è meno che
niente, se il libro fatto non rifa la gente”.
In quello stesso frontespizio ho trovato, aggiunte dalla
sorella proprietaria di questa copia della Bibbia, le parole: “Questo
è il libro che rifa il nostro cuore”.
Un’affermazione che testimonia come quei cristiani affidassero
alla forza dell’Evangelo di Cristo la speranza e l’impegno di
“fare gli italiani” con la convinzione che ogni rieducazione
morale e sociale partisse non da leggi imposte, ma dal “cuore”. Cioè la
società non sarebbe mai stata rifatta se non fosse stato rifatto il cuore
di ciascuno degli individui che la compongono.
2. Diffondere l’alfabetizzazione in tutta la penisola.
Per questo nacquero, accanto alle comunità cristiane, scuole dove si istruivano
gratuitamente i bambini, con l’impegno esemplare di volontari ma molto
più spesso di volontarie.
La diffusione dell’Evangelo ha sempre prodotto anche
la diffusione della cultura, da sempre mortificata e sottomessa
dalla religione. La diffusione dell’Evangelo infatti non doveva essere
imposta da lettori e da maestri umani, ma doveva essere incoraggiata e
proposta fornendo a ciascuno lo strumento necessario per diffonderlo nel
proprio cuore e nella propria vita. Questo strumento era la capacità di
leggere. Da sempre infatti l’analfabetismo chiude le menti producendo
schiavitù, mentre l’alfabetizzazione le apre, producendo libertà.
Vale qui la pena di ricordare che il primo re d’Italia fu
re di un popolo di analfabeti (lo era infatti il 77,7% degli italiani).
E anche quando si studiarono e programmarono riforme, lo si fece sempre
in uno spirito di grande cautela, come dichiarò ad esempio il ministro
della pubblica istruzione Baccelli nel varare nel 1894 la Riforma della
Scuola: “Bisogna istruire il popolo quanto basta... non devono pensare
altrimenti sono guai”. Perché l’istruzione e la cultura fanno paura, perché
producono “guai” per il potere politico e religioso? Perché - prosegue
Baccelli - educano “al dubbio e alla critica”, perché educano alla libertà
di scelta personale!
Da sempre gli uomini di governo si sono rivelati, nella
gran parte dei casi, più preoccupati per la conservazione del potere che
della dignità e della crescita della persona. Basti pensare al non felice
esempio della chiesa cattolica che ha per secoli ha sottratto al popolo
la Scrittura, facendosene mediatrice ed impedendo di fatto l’esercizio
personale della critica e del dubbio e, soprattutto, la libertà di scelta.
E di fatto commettendo il più grave dei delitti, surrogare o sostituire
con la propria parola la Parola di Dio.
La crescita e la dignità della persona sono ancora oggi
mortificate ed appiattite dall’egemonia dei vari poteri: politico, religioso
e, da qualche tempo, anche mediatico.
Tornando al bisogno di alfabetizzazione che era quanto mai
necessario soddisfare per “fare gli italiani”, è di straordinaria bellezza
la testimonianza di tanti italiani ed italiane che, a cavallo fra l’ottocento
e il novecento, hanno voluto imparare a leggere per il
solo desiderio di poter leggere e ascoltare da soli, senza mediatori,
l’Evangelo, la Parola di Dio!
Diffusione dell’Evangelo e contestuale diffusione
della strumentalità del leggere e della capacità del comprendere:
questi sono ancora oggi i principi che animano chiunque, avendo creduto
in Cristo attraverso l’ascolto della sua Parola e non attraverso una religione,
desideri veder crescere culturalmente, spiritualmente e moralmente la
realtà sociale nella quel Dio lo ha chiamato a vivere e a servire...
Il modello
di Cristo
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Ma... in quale modo siamo chiamati a vivere l’impegno che
provochi la crescita morale, spirituale, culturale della società di cui
siamo parte?
Di cosa ha davvero bisogno l’uomo?
Quali sono le necessità attraverso la cui piena soddisfazione si può giungere
a costruire la dignità della persona o, come avrebbe detto D’Azeglio,
a “fare gli italiani”?
Come “cristiani” ci è caro pensare a quello che ci viene
detto della persona del nostro Maestro, Signore e Salvatore. Nell’unico
breve riferimento alla sua infanzia che noi troviamo nei Vangeli è scritto
che “Gesù cresceva in SAPIENZA, STATURA e GRAZIA davanti a Dio
e davanti agli uomini” (Lu 2:52).
Cioè: nella sua famiglia e nell’ambiente sociale e religioso
del piccolo villaggio di Nazareth egli poteva crescere perché vedeva soddisfatti
i suoi tre bisogni fondamentali che sono anche i bisogni fondamentali
di ogni individuo:
• “Sapienza”: bisogno di formazione, di
educazione, di istruzione, di crescita nella conoscenza, nella cultura.
• “Statura”: bisogno di cure fisiche, più
semplicemente: bisogno di pane.
• “Grazia”: bisogno di spiritualità o,
come qualcuno direbbe, di religiosità.
Questi tre bisogni investono i tre aspetti fondamentali
che segnano la crescita di qualsiasi società civile: l’istruzione
e la cultura (“sapienza”), l’economia (“statura”),
la formazione morale ed interiore (“grazia”).
È indubbio che sono queste le tre direttrici sulle quali
si deve muovere qualsiasi tentativo di formare gli uomini, di guidarli
a crescere in senso positivo e, quindi, anche quello di “fare gli italiani”.
Ma l’evangelista Luca non si limita ad indicarci i tre bisogni
e, di conseguenza, le tre direttrici di crescita di ogni individuo e di
ogni società. Egli, additandoci ancora il modello di Gesù, ci indica anche
i punti di riferimento di questo percorso di crescita: “davanti
a DIO e davanti agli UOMINI”.
Le due presenze, Dio e gli uomini, vanno
considerate insieme: l’una non deve escludere l’altra. Purtroppo è accaduto
e accade che, pensando a Dio, ci si sia dimenticati degli uomini e, pensando
agli uomini, ci si sia dimenticati di Dio!
Ogni processo di formazione, di progresso, di crescita deve
tener conto di entrambe le presenze, di entrambe le relazioni:
• la presenza di Dio, che ci aiuta a guardare
al di là del naturale, del visibile, che dà la prospettiva eterna alla
nostra vita ma che, in Cristo, ci dona anche la grazia e la risorse per
vivere il nostro cammino, nel qui ed ora di ogni giorno;
• la presenza degli uomini che ci ricorda che non siamo
soli nel cammino: altri simili, altri “prossimi” sono con noi, accanto
a noi, spesso si adoperano per noi. Come noi siamo con loro, accanto a
loro, ci confrontiamo con loro, ci adoperiamo per loro.
Nella persona di Gesù, colui che è sceso fra gli uomini
per farci conoscere il Dio che “nessuno ha mai visto” (Gv 1:18), queste
due presenze sono talmente inscindibili da diventare come una stessa presenza.
Lo stesso deve verificarsi nella vita dei discepoli di Cristo, di noi
che ci diciamo “cristiani”. Operiamo “davanti a Dio” per il bene
degli uomini ed operiamo “davanti agli uomini” per la gloria di Dio!
Operare
per il bene degli uomini
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Nel libro del profeta Geremia troviamo un’esortazione rivolta
agli esuli ebrei in Babilonia: un’esortazione che possiamo fare decisamente
nostra e che deve illuminare il nostro impegno a “fare gli italiani” attraverso
il contributo decisivo del Vangelo. È un’esortazione che, inoltre, come
vedremo più avanti, contiene una significativa metafora della condizione
nella quale come cristiani siamo chiamati a vivere e ad operare.
“Cercate il bene della città dove io vi ho fatti
deportare e pregate il Signore per essa, poiché dal bene di questa dipende
il vostro bene” (Geremia 29:7).
Anche lontano dalla loro patria i deportati dovevano cercare
“il bene della città” ed invocare su di essa, attraverso la preghiera,
le benedizioni divine.
Si tratta di una chiamata difficile da comprendere ed ancor più
difficile da vivere.
Come sarebbe stato infatti possibile per gli Ebrei deportati
operare per il bene di Babilonia? Infatti, non dimentichiamolo, operare
per il bene di Babilonia voleva dire operare per il bene dei nemici, per
il bene del re che aveva distrutto la loro città, che li aveva fatti catturare
e portare lontano dalle loro case, dalla loro terra. E come sarebbe stato
possibile pregare il Signore per una città e per un popolo nemici? Non
c’è solo la risposta utilitaristica da dare a queste due domande (“dal
bene della città dipende il vostro bene”), ma c’è soprattutto la
risposta legata al carattere stesso di Dio, la risposta cioè che viene
dall’Amore.
È per amore che ancora oggi il popolo di Dio è chiamato ad operare per
il bene della città, del popolo, del Paese in cui si svolge il proprio
cammino!
Il popolo di Dio ha una sua patria, una sua nazione,
ma è allo stesso tempo senza patria e senza nazione. Quello che
Dio gli chiede ha infatti un’estensione universale, vale per qualsiasi
luogo e qualsiasi contesto etnico e sociale. In qualsiasi “patria” il
popolo di Dio deve operare per il bene della città e pregare perché su
di essa si manifesti la guida e la protezione divine.
I
deportati a Babilonia: metafora dei cristiani oggi
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Come mai la condizione degli Ebrei deportati è una metafora
della nostra condizione?
In un certo senso i cristiani sono come i deportati
a Babilonia: vivono nella loro città, nella loro patria, ma in
realtà la loro città, la loro patria è un’altra. E, come gli Ebrei deportati
a Babilonia dovevano operare per il bene della loro nuova città trasferendovi
i valori conosciuti ed appresi a Gerusalemme, così anche i cristiani sono
chiamati ad operare nella loro patria terrena, portandovi attraverso l’insegnamento
e soprattutto attraverso l’esempio i valori della loro vera patria.
L’apostolo Paolo, scrivendo la sua toccante lettera ai Filippesi,
dichiara in appendice alla propria testimonianza personale: “Quanto
a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli...” (Fl 3:20).
Cittadini del cielo? Cosa significa?
Non significa certo vivere con la testa fra le nuvole e
non significa neppure estraniarsi dalla realtà della terra. Significa
piuttosto vivere sulla terra i valori ricevuti dal Cielo, vivere i valori
del regno di Dio che attendiamo e prepariamo. Significa, ricordando ancora
quanto scritto da Paolo: “cercare le cose di lassù” (Cl 3:1) e viverle.
Poco dopo aver dichiarato di essere cittadino del Cielo, Paolo ricorda
a quale impegno sulla terra richiami questa condizione:
“La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini... Non angustiatevi
di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio...
Tutte le cose VERE, tutte le cose ONOREVOLI, tutte le cose PURE, tutte
le cose AMABILI, tutte le cose di BUONA FAMA, quelle in cui è qualche
VIRTÙ e qualche LODE, siano oggetto dei vostri pensieri” (Fl 4:5-8).
Ecco di cosa ha bisogno l’uomo, ogni uomo! Ecco di cosa
abbiamo bisogno per “fare gli italiani”! Abbiamo bisogno di cose
vere, onorevoli, pure, amabili, di buona fama, di cosa virtuose e che
suscitino compiacimento e lode! Abbiamo, in una parola, bisogno
dell’Evangelo, perché è la parola del Vangelo che porta i valori del cielo
sulla terra, che trasforma gli uomini in cittadini del cielo e li fa,
per questo, essere cittadini della terra migliori.
I cristiani sanno di vivere metaforicamente a Babilonia,
ma portandovi ogni giorno, nella loro vita e nel loro impegno di servizio,
i valori di Gerusalemme. Purtroppo la religione, da Costantino in poi,
ha prodotto l’equivoco di un “regno di Dio” già realizzato, ha prodotto
una chiesa che è diventata istituzione, organizzazione umana, Stato, di
una chiesa che ha preteso e pretende di imporre a Babilonia le regole
di Gerusalemme, e che per questo non soltanto ha ostacolato la diffusione
del Vangelo ma anche l’unità dei popoli: nel nostro caso è stata drammatico
ostacolo all’unità d’Italia.
Il bisogno di “rifare il cuore”, come abbiamo già
sottolineato all’inizio, può essere soddisfatto soltanto attraverso l’ascolto
della Parola di Cristo e il successivo accoglimento di questa Parola per
libera scelta.
Cittadini italiani si nasce, cittadini del Cielo
si diventa! Ma abbiamo ben compreso da quanto considerato fino
ad ora, che si è migliori cittadini italiani se si sceglie di diventare
cittadini del Cielo.
L’apostolo Pietro (anche lui!) ricorda questa condizione
dei cristiani, di ogni cristiano:
“Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini,
ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno l’assalto contro l’anima,
avendo una buona condotta fra i pagani, affinché laddove sparlano di voi,
chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria
a Dio nel giorno in cui li visiterà... Perché questa è la volontà di Dio:
che, facendo il bene, turiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti.
Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà
come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. Onorate
tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re.” (1P
2:11-17)
Certamente, come sottolinea Pietro in questo e in altri
passaggi della sua prima lettera, vivere a Babilonia portandovi, attraverso
il rinnovamento del proprio cuore e della propria vita, i valori di Gerusalemme,
genera conflittualità, talvolta incomprensione, sofferenza.
Gli uomini di Babilonia, spiritualmente “pagani” e moralmente “stolti”,
non solo non comprendono ma disprezzano e ostacolano. Per questo “fare
gli italiani”, così come fare ogni uomo, sarà sempre difficile, impegnativo.
Per questo gli Italiani, a 150 anni dall’unità di Italia
e dalla indicazione proverbiale di Massimo D’Azeglio, devono essere ancora
“fatti”. Ma, guai ad arrendersi a Babilonia! Guai ad
arrendersi a chi pensa (e ci fa credere!) che il bene della città si realizzi
attraverso la menzogna, l’immoralità, l’ingiustizia, il disprezzo per
l’altro, attraverso i vizi ed il gossip...
L’Evangelo
come stile di vita
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Da cittadini del Cielo, preparando ed aspettando il regno
di Dio che viene e che ora, come ha detto Gesù, “è sparso nei nostri cuori”,
desideriamo continuare a proclamare l’Evangelo, al di fuori di qualsiasi
istituzione ed organizzazione umana: illuminati, guidati e sorretti dallo
Spirito del Signore.
È il suo Spirito che ci convince, attraverso la Parola,
che il progresso economico, culturale, morale, spirituale di qualsiasi
società, e quindi anche della nostra Italia, potrà realizzarsi
soltanto quando oggetto dei nostri pensieri e dei nostri obiettivi saranno
le cose “vere, onorevoli, giuste, pure, amabili, di buona fama, quelle
in cui è qualche virtù e qualche lode”!
“Forestieri, stranieri, pellegrini”, perché “la nostra cittadinanza
è nei cieli”, chiamati ad operare “per il bene della città” e a “pregare
il Signore per essa”: ecco quello che il Signore ci chiama ad essere!
Ci chiama a trasferire quaggiù, nella nostra quotidianità,
i valori di lassù: il nostro essere “forestieri, stranieri, pellegrini,
cittadini del Cielo” non deve essere soltanto la condizione di chi attende
il Regno di Dio e sa di essere qui soltanto di passaggio, ma deve diventare
piuttosto uno stile di vita, LO stile della NOSTRA vita.
Le sorelle e i fratelli, che vissero nella seconda metà
dell’800 gli anni della nascita dell’Italia come nazione, compresero che
questo era il segreto per “fare gli italiani”, per “fare” la loro stessa
vita.
Su questo solco, indicatoci dalla Parola di Dio e illuminato
dallo Spirito di Dio, vogliamo continuare a camminare anche noi, pienamente
convinti che soltanto l’Evangelo e l’intera Scrittura è “il libro che
rifa il nostro cuore”.
di: Paolo Moretti
da: IL CRISTIANO
data: Gennaio 2011
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Giugno 2010
"Con
la fede vivo meglio"
«Manca il coraggio di dire quello che si pensa,
è più comodo essere uguali agli altri per non essere presi
in giro»; Legrottaglie, il calciatore evangelico, si racconta
nel suo secondo libro «Cento
volte tanto - con la fede vivo meglio».
Da isolato fedele di Dio, «uscito allo scoperto» in un territorio di
miscredenti, se non blasfemi, Nicola Legrottaglie s'è trovato straniero,
in quello che era stato il suo mondo, il calcio.
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L'ex difensore della Juventus (ora al Milan), lo racconta,
insieme ad altre esperienze, nel suo secondo libro, «Cento volte
tanto - con la fede vivo meglio», che esce un anno dopo il libro
d'esordio, «Ho fatto una promessa». La testimonianza della sua
conversione a cristiano evangelico fu un inaspettato successo:
100 mila copie, oltre a «migliaia» di lettere e mail alla casa
editrice Piemme.
Più che una biografia parte seconda, questa è una risposta a
loro, un racconto di fede. Dove «c'è più il cristiano del calciatore».
Con buona pace di quelli che «scherzarono» sul primo libro:
«Rispondo perché mai un calciatore come me non deve portare
agli occhi delle gente la parola contenuta nella Bibbia».
Solo che tra i colleghi del pallone, i proseliti spuntano a
fatica. «Gli spogliatoi - scrive Legrottaglie in uno degli ultimi
capitoli, “Sono una zebra fuor d'acqua” - sono luoghi dove fa
comodo tenere fuori certi argomenti. Ecco perché, alla fine,
anche uno come me non può oggi, con una fede che cresce giorno
dopo giorno, che sentirsi una sorta di pesce fuor d'acqua».
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Più che sulle Sacre Scritture, si rischia di sfogliare
il gossip: «Dopo la storia della mia astinenza sessuale prima del matrimonio
- racconta ancora - in molti sono venuti da me, stupiti, a chiedermi
come davvero la pensassi. In che cosa credessi davvero». Perché «il
tema delle donne, alla fine, è un filo rosso che a tavola, tra maschi,
ritorna di frequente e tiene banco. Ma gli altri discorsi, magari le
macchine, i soldi, i videogiochi per ingannare il tempo, a me non interessano,
e proprio per questo posso sembrare, anche a loro, a volte, un po' distante,
distaccato». Un profeta «nel regno dell'effimero», dove «l'unico metro
di giudizio è l'apparenza».
Quasi diventi eremita: «Mi sono reso conto, in questa
mia crescita spirituale, che nel calcio non c'è posto per Dio e soprattutto
c'è troppo poco coraggio di uscire allo scoperto e dire cosa si pensa.
Fa più comodo essere uguali agli altri, forse per non avere problemi,
per non essere presi in giro». Al massimo, si arriva a «qualche battuta
sulla mia castità, magari scherzosa, senza malizia, ma che è arrivata».
Un mondo dove «non si scappa dalla routine del già detto, dell'apparenza»,
può essere solo un luogo di lavoro.
Nicola ha allora iniziato a frequentare altri ambienti,
incontrando i «fratelli» di fede, a partecipare a iniziative di solidarietà,
ad ascoltare le storie dei più deboli. Ambienti «dove posso esprimere
quello che sono e che penso in piena libertà». Difficile farlo con i
compagni: «Ma non solo alla Juventus: credo che chiunque, in qualunque
squadra, si troverebbe in difficoltà a voler parlare di preghiera».
Come nel libro precedente, Legrottaglie parla anche di
amore, sesso, aborto, tra citazioni, lunghe e numerose. Dalla pillola
Ru486 («Un grave affronto alla vita») a una visione della scienza vagamente
oscurantista: «Il porsi continuamente domande, il volere per forza andare
indietro fino all'origine, spiegare, tentare con ogni mezzo di dimostrare
tutto, porta soltanto a maggior confusione».
Fino a una disputa tra creazionismo ed evoluzionismo che
farebbe saltare sulla sedia qualsiasi studente delle medie: «Gli evoluzionisti
sono talmente razionali che continuano a porsi domande, una dopo l'altra
a ritroso, tutta una serie di perché, di come, di dove, quando… poi
arrivano al punto che sì, l'uomo discenderà pure dalle scimmie, e le
scimmie a loro volta da qualche altro essere animale. Ma questi animali
da dove arrivano? E all'inizio il big bang, dicono loro. E prima, allora?»
Risposta: «A me sta bene la creazione discesa da un Creatore che è Dio,
fatta in sette giorni, proprio come sta scritto nella Genesi».
di: Massimiliano Nerozzi
da: lastampa.it
data: 16 marzo 2010
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Maggio 2010
La Sindone di Torino e la
certezza della fede
La Sindone rappresenta una vera sfida per il dialogo fra
cattolici ed evangelici. Su dei punti cruciali - l'autenticità
o l'inautenticità della Sindone e il suo uso per promuovere e
sostenere la «spiritualità cristiana» - si confrontano
infatti due posizioni assai diverse. I problemi da affrontare si situano
dunque sia sul piano storico, teologico e scientifico, che sul piano
della realizzazione pratica delle «ostensioni».
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1. GLI EVANGELICI E LA VENERAZIONE DELLE IMMAGINI
Per comprendere l'atteggiamento degli evangelici riguardo alla
venerazione delle immagini e delle reliquie, bisogna tener conto
prima di tutto del fatto che si tratta di una pratica che non
era presente nei primi secoli del cristianesimo e che è
stata spesso messa in discussione e contestata in quelli successivi.
Si vedano al riguardo, per esempio, il Concilio orientale di
Hieria del 754 d.C., convocato dall'imperatore Costantino V,
e il Sinodo di Francoforte del 794, voluto da Carlomagno.
La posizione tenuta dal mondo evangelico italiano può
essere riassunta dalle parole che il prof. Paolo Ricca scrisse
qualche anno fa nella rubrica «Ecumene», da lui
tenuta periodicamente sul quotidiano cattolico Avvenire. Nel
numero dell'8 ottobre 1995, in un articolo intitolato: «Ma
Dio può essere una questione di "immagine"?»,
egli scriveva: «Come è noto, la Riforma del XVI
secolo, soprattutto nella sua versione zwingliana e calvinista,
ha combattuto l'uso liturgico delle immagini (e delle reliquie),
pur riconoscendo loro una possibile, legittima funzione didattica.
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Fondandosi sul divieto contenuto nel Decalogo (Esodo 20,4-5)
di farsi delle immagini scolpite delle cose create (per «prostrarsi
dinnanzi a loro») e della stessa divinità (per materializzarne
in qualche modo la presenza, renderla più vicina, più
accessibile e forse anche più disponibile), le Chiese nate dalla
Riforma hanno sviluppato una spiritualità centrata sulla Parola
e sul suo ascolto, anziché sull'immagine e la sua contemplazione
[...] Non si vedrà mai, insomma, un credente evangelico pregare,
in piedi o in ginocchio, davanti a un'immagine».
Il prof. Ricca faceva poi notare come per il Nuovo Testamento
Gesù Cristo sia non solo la Parola vivente e incarnata di Dio
(Giovanni 1,14), ma anche «l'immagine del Dio invisibile»
(Colossesi 1,15). Ciononostante - continuava - «questa immagine
non viene descritta: non c'è negli Evangeli alcuna traccia di
una descrizione dell' aspetto fisico di Gesù: egli è l'immagine
di Dio ma come lo sia non viene detto; è l'immagine che non può
essere dipinta neppure a parole e sembra perciò sottrarsi alla
presa delle arti figurative di qualsiasi tipo». Sono parole scritte
quindici anni fa, ma mantengono intatta la loro importanza. Poiché,
nell'articolo riportato, il prof. Ricca citava il Decalogo, conviene
fare una precisazione importante al riguardo. Benché sia fondato
sullo stesso passo biblico, l'elenco dei dieci comandamenti è
diverso nella tradizione cattolica rispetto a quella protestante. Dice
il testo biblico di Esodo 20: «3 Non avere altri dèi oltre
a me. 4 Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che
sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque
sotto la terra. .5 Non ti prostrare davanti a loro e non li servire,
perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco
l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta
generazione di quelli che mi odiano, 6 e uso bontà, fino alla
millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei
comandamenti».
Nella tradizione cattolica il divieto di fare sculture. (contenuto nel
versetto da 4 a 6) e stato inglobato nel primo comandamento - e poi
di fatto è stato dimenticato. In quella protestante, come del
resto in quella ebraica, invece, è stata data molta importanza
al divieto delle immagini e al loro utilizzo per il culto, tanto che
ne è nata una spiritualità tutta centrata sulla Parola
predicata.
Come cristiani evangelici affermiamo
quanto segue.
1. Non c'è bisogno di un'immagine per esprimere la propria fede.
li Signore è vivente e non si può dare alcuna importanza
a un'immagine, fosse pure quella del Cristo morto, prima della risurrezione.
2. Poiché il Nuovo Testamento è il testo di riferimento
per la vita, l'opera e la persona di Gesù Cristo, tutto ciò
che riguarda il «Gesù storico» deve essere ricercato
solo nella Bibbia.
3. La proibizione delle immagini è un elemento costante e fondamentale
della fede biblica. Dio è Spirito e non può essere legato
ad alcuna raffigurazione o immagine.
4. È vero che l'apostolo Paolo parla spesso di immagine, tuttavia
non si riferisce mai a una immagine o riproduzione fisica e materiale
che debba essere venerata, ma ne parla nel senso morale e spirituale
(Romani 8,29; 1 Corinzi 15,49). Egli scrive: «...[avete imparato]
a rivestire l'uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella
giustizia e nella santità che procedono dalla verità»
(Efes. 4,24).
5. l' «ostensione» della Sindone non rappresenta un problema
religioso o di coscienza per i cristiani evangelici. In una parola,
non ci scandalizza perché, anche se questo fosse il «vero
lino che avvolse il corpo di Gesù crocifisso», la nostra
posizione non cambierebbe e il nostro rifiuto della venerazione delle
reliquie non sarebbe meno netto. Ciò che ci preoccupa, invece,
è il fatto che molte migliaia di fedeli giungano a Torino credendo
di sentire più viva e reale la loro fede in Dio perché
pensano che quel volto raffigurato sul «sacro lino» sia
il vero volto di Cristo, così come viene detto, in modo più
o meno aperto, dai loro conduttori spirituali.
I cattolici italiani, che non sono abituati a confrontarsi con fedi
religiose diverse dalla propria, faticano a comprendere che, in una
prospettiva protestante, la venerazione delle immagini sia inaccettabile,
in quanto, al di là della questione del secondo comandamento
(che pure è fondamentale, come abbiamo detto), rappresenta ai
nostri occhi il tentativo umano di staccarsi dalla realtà della
fede fondata soltanto sull' annuncio della Parola per ancorarsi a quella
della visione, cioè della certezza, diciamo dimostrabile, «scientifica»,
che rende non più necessaria la fede. È bene ricordare
che 1'apostolo Paolo ha scritto che noi «canuniniamo per fede
e non per visione» (2 Corinzi 5,7).
Rinunciare all'uso delle immagini e delle reliquie non signi fica affatto
intellettualizzare la fede o allontanarla dal popolo, come qualcuno
ci accusa di fare. Ne sono una prova le masse di contadini tedeschi
e del Nord Europa che nei secoli passati hanno aderito alla Riforma
protestante e le masse popolari che in Mrica come in Cina, in Brasile
come in Corea del Sud affollano oggi le chiese evangeliche. Piuttosto,
significa dare alla fede un contenuto e una forma più autenticamente
biblica e apostolica. Significa riconoscere che il Signore si rivolge
oggi a noi non con reliquie e immagini, ma con la predicazione della
sua Parola vivente e con la forza dello Spirito Santo. Significa riconoscere
che non ci sono intermediari, non ci sono mezzi particolari per arrivare
a Dio, alla sua conoscenza, se non quello di accettare Cristo, il Figlio
di Dio, non per visione ma per fede.
2. LA SINDONE: I PRECEDENTI
Poiché negli ultimi anni si sono moltiplicate
le «ostensioni», in quanto cristiani evangelici abbiamo
sentito il dovere di esprimere più volte pubblicamente la nostra
posizione. In diverse occasioni, quindi, dopo aver sottolineato il rifiuto
di venerare immagini e reliquie, ci siamo concentrati su una serie di
obiezioni riguardo all'autenticità della Sindone di Torino, concordando
in questo con molti studiosi sia laici che cristiani cattolici. Sintetizziamo
qui di seguito alcune di queste obiezioni.
1. I testi evangelici, riferendo l'uso ebraico dell'epoca confermato
da recenti scoperte archeologiche, che prevedeva che il corpo del defunto
fosse avvolto da un abito normale e la testa da un sudario (non si parla
mai di una lunga striscia di tela di m. 4,36), non accennano a impronte
lasciate su questi panni. Infatti tutta la descrizione e il pathos evangelico
si basano sul vuoto della tomba, e quindi sull'assenza di prove e sulla
sufficienza della testimonianza verbale della risurrezione accompagnata
dalla visione e dall'insegnamento, limitati nel tempo, del Risorto.
2. La legge ebraica vietava di toccare i panni funerari usati per un
defunto, in quanto erano causa di impurità. Essi non potevano
essere conservati, ma dovevano essere distrutti.
3. La raccolta e il culto delle reliquie erano del tutto estranei alla
mentalità ebraica e a quella dei cristiani dei primi secoli.
La problematica stessa è del tutto assente nei testi neotestamentari
e negli scritti dei primi secoli. Solo così si spiega il fatto
che non sia stato conservato neppure un oggetto appartenuto a Gesù
nel corso della sua vita terrena e di cui sarebbe stato facile verificare
l'autenticità. Per la stessa ragione non si capisce come sarebbe
stato possibile conservare il suo abito funerario.
4. Non esiste alcuna notizia sulla Sindone di Torino prima della metà
del XIV secolo. Questo telo faceva parte del bottino catturato dai crociati
che avevano liberato la città di Smirne dai turchi nel 1346 e
fu assegnato a Goffredo di Chamy, piccolo feudatario di Lirey (Francia).
5. Le origini della nostra Sindone in Francia sono state ricostruite
su documenti originali d'archivio, mai contestati, da un grande storico
medievista, il canonico prof. Ulisse Chevalier, tra il 1899 e il 1903.
In una serie di testi (pubblicati in Francia e riportanti tutti regolare
zmprimatur della diocesi di Valence) Chevalier dimostrò che:
- Goffredo e i suoi eredi sapevano che si trattava di una copia o riproduzione
«<figure ou représentation») dell'autentica Sindone
di Gesù;
- il vescovo di Lirey si oppose alla pubblica «ostensione»
proposta dalla vedova di Goffredo e dai canonici del luogo;
- il vescovo di Lirey dichiarò di aver ottenuto la confessio
ne del pittore che avrebbe dipinto il telo o rinfrescato le macchie
sanguinolenti della Sindone;
- quando, nel 1390, il papa avignonese Clemente vn autorizzò
l'«ostensione», fu posta la condizione che non si accendessero
candele e che si dicesse ad alta voce al popolo che si trattava solo
di una «imitazione o copia » della vera Sindone di Gesù;
furono poi i Savoia, i nuovi acquirenti del telo, a richiedere con insistenza
e a ottenere nel 1506 dal papa Giulio II l'approvazione della «Messa
della Sindone». Lo stesso Chevalier, in un suo testo del 1903,
ricorda che, nella primavera del 1902, papa Leone XIII chiese un parere
alla Congregazione vaticana delle indulgenze e delle reliquie che diede
un responso negativo sull'autenticità della Sindone («non
sustinetur»), parere che non fu divulgato - sembra - per non turbare
i già difficili rapporti con i Savoia.
6. La Sindone può essere stata fabbricata da abili artigiani
bizantini specializzati in icone (e reliquie) con il metodo del rilievo
bronzeo riscaldato al fine di rendere l'immagine incancellabile. Perché
stupirsene? In Oriente si producevano moltissime icone (e reliquie)
per la pietà personale o collettiva e per venderle ai crociati
occidentali. Ricordiamo che dopo la quarta Crociata (1205-1206), deviata
su Costantinopoli, l'Europa fu inondata da una massa di false reliquie,
tanto che il IV Concilio Lateranense del 1215 dovette emanare norme
molto precise al riguardo (Cap. 62). Le reliquie dei santi: «n
fatto che alcuni espongano qua e là le reliquie dei santi per
venderle ha causato frequenti attacchi contro la religione cristiana
[...]. Quanto alle nuove reliquie nessuno potrà venerarle pubblicamente
prima che siano state approvate dall'autorità del romano Pontefice,
in: Denzinger - Huenermann, Encht'ridon symbolorum, ed. XXXVII, 1995,
n. 818, p. 466).
A questo proposito le prove di laboratorio effettuate dal prof. Vittorio
Pesce Delfino, medico chirurgo e specialista in Anatomia e Istologia
patologica e docente di Antropologia presso la Facoltà di Scienze
dell'Università di Bari, è il metodo del rilievo bronzeo
riscaldato, hanno prodotto una «Sindone» avente tutte le
caratteristiche di quella di Torino. Il fatto che non se ne parli non
ne diminuisce il valore e significato scientifico proprio perché
sull'argomento - duole dirlo - hanno vinto gli interessi più
forti e non il serio dibattito storico-scientifico. il suo lavoro è
pubblicato in: E l'uomo creò la Sindone, Dedalo, Bari, 1982.
Da tutte queste considerazioni si ricava che la Sindone non è
avvolta affatto da un mistero, ma semplicemente da una serie di elementi
che rendono difficile anche solo ipotizzarne l'autenticità. Noi
abbiamo la sensazione che ci sia un accanimento nella ricerca di prove
a sostegno e, contemporaneamente, una svalutazione costante delle tante
prove contrarie (bibliche, storiche, scientifiche...).
Finalmente, nel 1988, dopo innumerevoli resistenze e polemiche, fu deciso
di sottoporre il «sacro lino» all'analisi del carbonio 14,
abitualmente usata per datare manufatti antichi. Dei pezzetti di tessuto
furono prelevati con grande attenzione e rispetto e furono affidati
a tre laboratori di ricerca molto noti per la loro serietà e
indipendenza (sono gli stessi che hanno datato i famosi manoscritti
del Mar Morto), a Tucson, a Oxford e a Zurigo. I risultati delle analisi
stabilirono concordemente che il telo era stato fabbricato tra il 1260
e il 1390. È significativa la perfetta coincidenza con i dati
storici che documentano la comparsa in Europa della Sindone. L'annuncio
dei risultati della ricerca fu dato pubblicamente il 13 ottobre 1988
dall'arcivescovo di Torino, cardinale Ballestrero, alla presenza anche
di Joaquin Navarro Valls, allora direttore della Sala Stampa Vaticana.
In quell'occasione, il cardinale disse: «l'ostensione della Sindone
conserva il suo valore come oggetto di culto, sacra immagine con volto
di Cristo [...] La Sindone ha una sua autenticità come immagine,
il cui valore è preminente rispetto all'eventuale valore di reperto
storico». A queste parole si può obiettare che, se la Sindone
è stata prodotta alla metà del '300, si tratta di un falso
creato per ingannare gli acquirenti e che quindi il suo carattere «sacro»
è quanto meno discutibile. Comunque, per noi il discorso sull'autenticità
era chiuso.
Ma nell'agosto del 1990 lo stesso Navarro Valls rese noto che il Vaticano,
in accordo con il nuovo arcivescovo di Torino, Saldarini, aveva in programma
altre verifiche perché, secondo il portavoce vaticano, l'esame
del carbonio 14 «è un dato sperimentale tra gli altri,
con la validità e anche i limiti degli esami settoriali, che
sono da integrare in un quadro multidisciplinare». li fatto è
che questo «dato sperimentale tra gli altri» non è
che l'ultimo di una catena di evidenze contrarie all' autenticità
della Sindone.
Oggi si assiste a un sistematico rifiuto, da parte dei sostenitori dell'autenticità,
dei risultati di questa analisi. Rifiuto che non risparmia neanche accuse
di incompetenza o di mala fede rivolte agli scienziati che l'hanno svolta.
Le motivazioni addotte sono di due tipi: vi è chi dice che i
campioni prelevati per le analisi non apparterrebbero al lino originario,
ma a interventi di restauro successivi e vi è chi afferma che
il forte calore a cui fu sottoposta la Sindone durante l'incendio che
nel 1532 distrusse la cappella in cui era custodita ha sicuramente alterato
i risultati della ricerca.
Tali attacchi, però, appaiono strumentali, tanto più che
recentemente l'analisi al carbonio 14 è stata usata e considerata
affidabile per affermare che dei resti umani trovati in una tomba posta
nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura, a Roma, confermano,
come ha sostenuto papa Benedetto XVI, «d'unanime e incontrastata
tradizione che si tratti dei resti mortali dell'apostolo Paolo».
3. LA SINDONE: LE PROSPETTIVE
L'annuncio del cardinale Poletto di una nuova ostensione della Sindone
nel 2010 è stato accompagnato da dichiarazioni che paiono allontanarci
dall'impostazione che aveva dato il cardinale Ballestrero nel 1988 e
che sembrano far tornare al centro della scena affermazioni poco chiare
sull'autenticità o non autenticità del telo esposto alla
venerazione dei pellegrini. E intanto è ripresa la campagna stampa
e televisiva fatta di notizie sensazionali, dati scientifici vecchi,
discussi e discutibili, presentati come nuovi e definitivi. Da qui una
serie di domande che esprimiamo con grande franchezza.
- Possiamo comprendere che l'idea di far arrivare a Torino un milione
e più di persone possa essere considerata importante da molti
settori della città. Ma è possibile considerare questo
fatto una crescita dal punto di vista spirituale?
-L'«ostensione» del 2010 sarà affiancata da un dibattito
serio e aperto sulla sua autenticità oppure da una campagna tesa
a dimostrare essenzialmente l'autenticità della Sindone e a screditare
i circoli scientifici e laici e le chiese evangeliche, che invece la
negano?
- L' «ostensione» sarà celebrata come un grande evento
religioso, col suo corollario di indulgenze, che tende a fare di Torino
una sorta di seconda Roma? In questo caso fare chiarezza sulla questione
dell'autenticità è essenziale perché è difficile
pensare che tanta gente venga a Torino per vedere solo un'immagine,
per quanto affascinante possa essere. Oppure, il cattolicesimo torinese
saprà fare di questa «ostensione» un evento più
discreto che, pur non rinnegando la tradizionale devozione per le immagini
e le reliquie, che è parte integrante della prassi e della spiritualità
cattolica, la riconosca tutt'al più come semplice immagine con
il volto di Cristo, come disse il cardo Ballestrero?
- «Passione di Cristo, passione dell'uomo»: queste parole
sono state scelte come slogan e come filo conduttore della riflessione
in vista dell'«ostensione». Sono parole molto importanti,
che per noi si traducono nell'invito a ricercare il volto di Cristo
non in un telo ma nella persona del nostro prossimo, bianco o nero che
sia e a qualunque razza o religione appartenga.
CONCLUSIONE
«Perché cercate tra i morti colui che è vivo?»
Con queste parole, secondo il racconto di Luca 24,5, «due uomini
con vesti splendenti» accolsero le donne che andavano al sepolcro
per imbalsamare il corpo di Gesù la mattina di Pasqua. Queste
stesse parole risuonano per noi oggi e sono un invito a non volgere
lo sguardo al passato, bensì a cercare di vivere coerentemente
la nostra fede nel presente, nella grazia del Signore Gesù Cristo,
nell' amore del Padre e nella comunio ne dello Spirito Santo - sostenuti
in questo dalla promessa della venuta del suo Regno di pace, di amore
e di giustizia. Che senso ha preoccuparsi di rintracciare segni e oggetti
materiali appartenuti al Figlio di Dio fatto uomo? A coloro che lo amano
e osservano la sua Parola, il Cristo vivente ha lasciato non degli oggetti,
ma il dono dello Spirito Santo e la promessa che Egli stesso e il Padre
dimoreranno presso di loro (Giovanni 14,23).
Poiché siamo chiamati a riporre la nostra fede in Gesù
Cristo e in Colui che lo ha mandato, ricercare dei segni o degli oggetti
per avvalorare il nostro credere non è mancanza di fiducia? Dio
ha scelto una sola via per comunicarci la salvezza e la riconciliazione:
Cristo Gesù e la sua croce, «scandalo e pazzia per coloro
che non credono» (1 Corinzi 1,23), Questo è l'unico segno
che ci è stato lasciato. Non è un volto raffigurato su
un telo che può generare o accrescere la nostra fede in Gesù
Cristo, ma la testimonianza vivente della Bibbia, Noi preghiamo il Signore
che sospinga tutti gli uomini e le donne a riprendere con forza e con
gioia l'annuncio che «Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato
il suo Unigenito figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca,
ma abbia vita eterna» (Giovanni 3,16).
Tratto da: "La Sindone di Torino
e la certezza della fede" (Usato con permesso)
Ed. La Casa della Bibbia, 2010
© Associazione Più dell'Oro, 2010
Hanno collaborato:
Giorgio Bouchard, Cesare Milaneschi, Carlo Papini, Ernrnanuele Paschetto,
Marco Pastore, Paolo Ribet
Tutte le citazioni bibliche, salvo diversamente indicato, sono tratte
da La Sacra Bibbia - Nuova Riveduta 1994 © Società Biblica
di Ginevra.
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Luglio 2009
Leucemia:
una vita fra paura e speranza. La testimonianza di Inge Wende
Mi chiamo Inge Wende, ho una tremenda odissea alle
mie spalle, a cui molti non sopravvivono, ma che io ho potuto affrontare
in una maniera diversa, perché ho nella mia vita un fondamento particolare
che mi sorregge. A questo scritto avrei anche potuto dare il titolo
«Gli alti e i bassi scrivono storie», perché scrivendo dovetti pensare
a molti apici ma anche a molti abissi nella mia vita. Accettare
circostanze positive e viverle, riesce a tutti sicuramente come
una cosa più facile che doversi confrontare con difficili situazioni
negative e accettarle.
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Quel giovedì santo del 1988 ero ricoverata alla clinica
universitaria di Giessen (Germania). Già di buon mattino
il professore entrò in camera per comunicarmi che avevo
una forma molto aggressiva di leucemia. Non può essere vero!?!
Iniziai a essere agitata e fui sopraffatta da una gran confusione.
Ero ancora giovane, avevo ancora una vita davanti – e, poi,
i miei bambini avevano bisogno di me!
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Il mio cuore batteva forte, l’orologio continuava
a scandire i secondi, mi diedi un pizzicotto pensando di potermi
così svegliare, ma dovetti constatare che tutto ciò purtroppo non
era solo un brutto sogno. Il professore era ancora lì, in piedi
accanto al mio letto. Gli feci alcune domande alle quali però nessuno
avrebbe potuto rispondere. «Ho ancora una possibilità?». «Potrò
sopravvivere?». Ero così oppressa da paura e angoscia, che respiravo
con molta difficoltà. Essendo un’ex infermiera, sapevo quello che
significava una diagnosi del genere, ma non avevo ancora la più
pallida idea di quello che mi sarebbe accaduto. Prendemmo un appuntamento
per un colloquio col professore la sera stessa. Le due signore con
le quali condividevo la stanza erano state già dimesse, così che
mi trovavo da sola. Ero veramente sola?
Dopo essermi tranquillizzata, iniziai a pensare alle cose che m’attendevano.
«Cosa penserà mio marito? Cosa penseranno i nostri genitori, i nostri
fratelli, gli amici e i nostri figli?». Proprio i nostri figli avevano
già assistito a ciò che era successo quattro mesi prima a Jamila.
Jamila è morta! Jamila è deceduta nella notte, alla vigilia della
prima domenica d’avvento, anche lei di leucemia. Poiché proveniva
dalla Siria, non potendo essere curata nel suo paese e non avendo
un’assicurazione sanitaria in Germania, si dovette far fronte, in
maniera privata, a tutte le spese.
Tutta la nostra famiglia, insieme con alcuni amici,
era stata vicina a Jamila per nove mesi. In diversi giornali demmo
notizia riguardo alle sue condizioni, ai suoi cinque figli e agli
alti costi della cura. I nostri figli – allora di 9 e di 14 anni
– donarono i loro risparmi, raccontarono nel loro ambiente di Jamila
e dei suoi cinque figli e dell’intenzione di volerla aiutare raccogliendo
delle offerte, affinché potesse esser curata in Germania e quindi
guarire. Attraverso quest’azione raccogliemmo più di 200.000 Marchi
tedeschi. Jamila non ce l’ha fatta. Morì nella notte della prima
domenica d’avvento del 1987, due settimane dopo il trapianto del
midollo osseo. Tutte le lotte, le trepidazioni e le speranze furono
invano. – Ed ora, quattro mesi dopo ci trovavamo nella stessa situazione!
Dopo che la storia di Jamila mi fu passata per la mente come un
film, pensai ai nostri figli; d’una cosa ero sicura: permetterò
che mi facciano di tutto, ma non acconsentirò mai a un trapianto
di midollo osseo. Proprio perché i nostri figli avevano visto da
vicino la morte di Jamila, non volevo esporli alla paura d’un trapianto
non riuscito. Quando poco più tardi arrivò mio marito, piangemmo
e pregammo insieme. Ero veramente sola adesso? Non avevo un Padre
in cielo che aveva promesso d’essere ogni giorno con me? Di non
abbandonarmi e di restare sempre al mio fianco? Molti anni prima
avevo affidato la mia vita a Dio. Da cristiana convinta avevo vissuto
molti alti e bassi.
Nella Bibbia sta scritto: «Io ti consiglierò e avrò
gli occhi su di te…». Che consolazione sapere che Dio aveva gli
occhi su di me, anche adesso nella clinica universitaria di Giessen.
In preghiera riuscii ad affidargli tutte le mie preoccupazioni,
le mie paure, i miei bisogni e i miei interrogativi. Potemmo pregare
insieme, chiedere a Dio di prendere tutto nelle sue mani, di prendere
il controllo. La sera stessa ci fu un colloquio chiarificante con
il professore. Alla fine, queste furono le sue parole: «Prima di
tutto dovrà essere sottoposta a diverse chemioterapie. Queste saranno
molto forti, in modo da poter distruggere subito il cancro. Di conseguenza
le cadranno i capelli: veda di procurarsi in tempo una parrucca,
quest’aspetto è importante, soprattutto per le donne. Le unghie
potranno cambiare aspetto o addirittura cadere del tutto. Questi
sono gli effetti collaterali propri della chemioterapia, del tutto
normali. Parli riguardo alla sua malattia, parlandone riuscirà a
rielaborare il trauma e ad affievolire gli effetti dello shock.
Da oggi in poi, la leucemia fa parte della sua vita. Non possiamo
tardare con l’inizio della chemioterapia – da adesso in poi il tempo
è contro di Lei!». Parlando con il professore gli dicemmo che saremmo
stati pronti a tutto, ma che, ripensando alla storia di Jamila,
che anche lui aveva conosciuta, non avremmo acconsentito a un trapianto
di midollo osseo.
Accettando la nostra opinione, ci disse: «Qualsiasi
cosa venga fatta, ciò che da ora in poi l’aspetta sarà molto duro.
Lei deve combattere!». Spiegammo al professore che posizione avesse
Dio, ossia Gesù Cristo, nella nostra vita e nella nostra famiglia
e che Dio stesso era per noi il dottore dei dottori. Potemmo ritornare
nuovamente a casa, ma solo per tre giorni: dovevamo organizzare
i prossimi duecento giorni. I nostri figli avevano bisogno d’una
«nuova famiglia» per quel periodo. Mio marito fu esentato dal servizio.
Durante quei giorni pensai molto al mio passato e al mio futuro.
Cosa succederà se non dovessi sopravvivere? Nel caso avessi dovuto
morire, sarei stata davanti a Dio e avrei dovuto render conto dei
miei 37 anni di vita. Iniziai a sentire il desiderio e il bisogno
di chiedere perdono agli uomini, ai quali avevo fatto qualche torto
o anche a coloro che avevano qualche problema con me.
Ciò che m’importava era che non ci fosse più nessuna ombra tra me
e Dio e tra me e altre persone. In seguito iniziarono le prime chemioterapie:
me ne avevano prescritte 50. Avrebbero dovuto essere così aggressive
da poter distruggere subito le cellule tumorali nel sangue e nel
midollo spinale. Queste erano le condizioni necessarie affinché
un successivo trattamento potesse essere efficace. Effetti collaterali
di queste chemioterapie sono, tra altre cose, una forte degenerazione
della mucosa della bocca. La mia bocca veniva disinfettata quotidianamente
più volte con dei bastoncini di cotone e delle soluzioni. Le ferite
mi dolevano talmente, che stavo quasi per perdere la testa. Ero
molto grata a mio marito quando, durante quei determinati momenti,
mi rassicurava dicendomi quanto bene mi voleva e raccontandomi che
anche i miei figli m’erano vicini. Mio figlio Tobias, allora di
dieci anni, disse così: «Non t’abbiamo voluto bene perché avevi
dei bei capelli – ti vogliamo bene ugualmente anche senza capelli.
T’amiamo perché sei la nostra mamma!». Il quindicenne Matthias mi
mandò a dire: «Papà, dì alla mamma che io combatto con lei!». Che
bene che fa, sapere che la propria famiglia, i propri genitori e
gli amici combattono con te! Come fa bene, sapere che aver riposto
la mia fiducia in loro non è stato sbagliato! Dalla Germania e dall’estero
m’arrivarono dei messaggi e dei saluti. Un coro cristiano venne
a visitarmi e mi cantò canzoni che mi consolarono. «Ma il Signore
è sempre più grande. Più grande di quel che io riesco a pensare!
Ha creato tutto l’universo. Tutto gli è sottomesso». Sempre quando
pensavo d’essere alla fine delle mie forze ed ero presa dallo scoraggiamento,
sentivo come risuonare dal corridoio fino nella mia stanza: «Ma
il Signore è sempre più grande…!».
Sembrava che le cinquanta chemioterapie non finissero
più e gli effetti collaterali erano fortissimi: febbre alta, la
degenerazione della mucosa orale, gastrica e intestinale, molta
nausea, vomito e dolori in tutto il corpo, così come scoraggiamento
e debolezza. In tutti questi alti e bassi anche emozionali ho sempre
sentito che Dio stesso era al mio fianco, che mi donava coraggio,
consolazione e gioia. Dopo questa fase di chemioterapie, fu esaminato
nuovamente il mio midollo osseo.
Il referto era incoraggiante. Al momento non c’erano più cellule
cancerose. Il professore ci spiegò che, pur avendo preso atto della
nostra indisponibilità ad acconsentire a un trapianto, tuttavia
dal punto di vista terapeutico era consigliabile estrarre una parte
del midollo osseo. Questo sarebbe stato possibile nella clinica
universitaria di Heidelberg. Qui mi fu estratta, sotto l’effetto
dell’anestesia, la metà del mio midollo osseo. Questo può avvenire
solo nel caso in cui il midollo sia assolutamente privo di cellule
cancerose. Il midollo estratto fu trattato in un’apposita apparecchiatura
con ulteriori processi chemioterapici e in seguito congelato e reso
così disponibile, se necessario, per un eventuale trapianto. Esistono
diverse forme di leucemia e quindi, a seconda del caso, differiscono
anche i tipi di cura. Nel mio caso, potendo usare il mio midollo
osseo, potevo rinunciare a quello messo a disposizione da un eventuale
donatore.
Quando a Heidelberg ci fu la visita di dieci studenti
di medicina nella mia stanza, vivemmo ciò come una particolare esperienza.
Il loro compito era quello di stabilire una diagnosi, facendo domande
mirate. Non appena gli studenti ebbero concluso il loro lavoro,
mio marito fece loro questa domanda: «In che modo comunicherete
un giorno una tale diagnosi ai vostri pazienti? Cosa direte? Non
è sufficiente confrontare una persona con una diagnosi del genere,
lasciandola poi nel vuoto, nella disperazione. Come pensate d’offrire
loro aiuto – non solo a livello medico bensì umano?». – Nessuna
risposta! Un lungo silenzio!!! A questo punto cogliemmo l’occasione
per raccontare loro in quale modo noi fummo in grado di sopportare
questa brutta notizia, dove trovammo l’aiuto e quale fosse il nostro
fondamento. Qualsiasi persona che si trovi nella situazione di dover
fare i conti con una simile diagnosi, si pone sempre questa domanda:
«È finita? Per che cosa ho vissuto? Cosa m’avverrà, se dovessi morire?».
Per poter rispondere a tali domande, ho bisogno d’un fondamento
che mi regga anche in tali tempi di crisi – la Bibbia – Dio stesso
è il fondamento e l’ancora che fornisce un appoggio sicuro:
▪ «Perché Dio ha tanto amato
il mondo da dare il suo unico Figlio, affinché chiunque crede in lui
non perisca, ma abbia vita eterna» (Gv 3,16).
▪ «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno può venire al Padre,
se non per mezzo di me» (Gv 14,6).
Questo significa che attraverso Gesù Cristo posso
avere accesso al Padre. Ho bisogno di trovare perdono per la mia
colpa, per il mio peccato. Se accetto il perdono in Cristo, divento
un «figlio di Dio». Allora ho un Padre in cielo, nel quale posso
confidare. Egli si prende cura di me, anche e soprattutto in tali
fasi critiche. E so che quando morirò, sarò in cielo con Lui.
Dopo il periodo trascorso a Heidelberg, dovetti tornare
ancora per una volta in clinica a Giessen per un’altra serie di
chemioterapie molto forti. «Molto forti» significava: una serie
di 21 chemioterapie in una dose 19 volte più forte! Una nausea insopportabile,
dolori e vomito m’accompagnarono costantemente durante questo periodo.
Parole come «tutto andrà per il meglio» risuonavano così vuote,
così «prive di significato»! Sentivo però che Dio teneva la sua
mano protettrice su di me e che nel bisogno potevo avvicinarmi a
Lui nella preghiera. Dopo alcune settimane, fui dimessa dalla clinica
di Giessen e dichiarata «guarita». Ciononostante, alcuni mesi dopo,
caddi in una crisi interiore. A causa d’una debole infezione alla
gola, i valori del sangue risultarono sballati. Ho dovuto sottopormi
a una puntura del midollo osseo, per accertare se si trattasse d’una
recidiva di leucemia. Dopo quest’esame ritornammo a casa. Il professore
disse che ci avrebbe telefonato nel corso della giornata per comunicarci
l’esito dell’esame. Iniziarono lunghe ore dell’attesa. Nel mio cuore
gridavo a Dio!!! – Aver trepidato, sperato, combattuto… era stato
tutto invano?!? Era veramente tornata a manifestarsi la leucemia
nel mio corpo?!? Eppure tutto sembrava procedere così bene finora.
Sarebbe ora iniziato di nuovo tutto da capo? I dolori, la sofferenza,
la nausea, il vomito, la paura dei miei figli di perdere la loro
madre?!?
Mi sentivo così sola. Non riuscivo più a seguire
tutto quello che mi stava accadendo intorno. Disperata cercavo di
pregare e dovetti constatare che nel mio cuore non regnava più la
pace. Nel frattempo iniziai a pensare che Dio avrebbe potuto risolvere
a mio favore la situazione, facendo in modo che il professore mi
telefonasse dalla clinica e mi dicesse: «Signora Wende, tutta l’agitazione
è stata inutile, i risultati delle analisi dimostrano che il midollo
osseo è privo di cellule cancerose. È tutto apposto!». Purtroppo
questo non divenne realtà: non ricevetti una simile telefonata,
ma fui perseguitata e tormentata dalla paura d’essere di nuovo affetta
dalla leucemia. Era un’attesa senza fine!
Trascorsero molte ore, finché finalmente alle 9 di sera squillò
il telefono. Mia cognata mi chiamò: «È per te, è il professore dalla
clinica!» – Nello stesso momento mi tornò in mente un passo biblico
del libro d’Isaia (43, 1-3): «Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome; tu sei mio! Quando dovrai attraversare
le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non
ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato
e la fiamma non ti consumerà, perché io sono il Signore, il tuo
Dio!». All’improvviso provai una pace nel mio cuore, che era indescrivibile.
Mi cadde la benda dagli occhi: non morirò di leucemia né a causa
del trapianto del midollo osseo, ma solo se e quando Dio lo vorrà!
Ad un tratto sapevo che il Padre in cielo si sarebbe assunto la
responsabilità per mio marito, per i miei figli e per me stessa,
indipendentemente da quello che sarebbe successo! All’improvviso
provai una gran gioia nel cuore. Avrei potuto abbracciare il mondo
intero. Il professore dovette poi comunicarmi al telefono che erano
state trovate nuovamente delle cellule cancerose nel midollo osseo
e che quindi sarebbe stato necessario un trapianto del midollo osseo.
Sembra incredibile, ma per me tutto ciò non era più importante in
quel momento. Quello che contava era solo una cosa: provavo nuovamente
una gran sicurezza e una pace profonda in Dio!
Fu quindi avviata la procedura per il trapianto del
midollo osseo, che solo nove mesi prima era stato qualcosa d’impensabile
per me. Ottenni subito un posto nella clinica. Per una settimana
dovetti rimanere nella clinica universitaria di Heidelberg affinché
si potessero eseguire tutti i preparativi. Alla vigilia di Natale
mi fu concesso d’essere portata a casa per due giorni. Era il Natale
1988. Paura non ne avevo. Queste parole m’accompagnavano sempre:
«Non temere, perché io ti ho riscattato», e «Quando dovrai attraversare
le acque, io sarò con te», e ancora «la fiamma non ti consumerà,
perché io sono il Signore, il tuo Dio!». Questo Natale lo festeggiammo
in famiglia insieme in modo molto consapevole e contenti. Sarà l’ultima
festa assieme? È nato il Salvatore, il mio Redentore. Quale privilegio
poter appartenere a questo Redentore. Senza sentirci costretti o
sotto pressione cantammo insieme: «È nato Cristo, il Salvatore…».
La partenza, il giorno di S. Stefano, procurò lacrime
e dolore nei nostri cuori, ma la pace di Dio restò. I preparativi
per il trapianto del midollo osseo iniziarono con una serie di radioterapie
totali – per quattro giorni, tre volte al giorno, per 20 minuti.
A questo punto sapevo già che queste radiazioni così forti in una
dose così massiccia avrebbero potuto distruggere il mio corpo. Non
avevo alternative. Successivamente fui anche sottoposta cinque volte
al giorno, per quattro giorni, a una fortissima chemioterapia. In
seguito ebbi un giorno di pausa, per affrontare poi il trapianto
del midollo osseo, il 5 gennaio 1989. Mi fu trapiantato il mio proprio
midollo osseo congelato! Le settimane che seguirono furono molto
difficili. La serie di radiazioni e di chemioterapie ebbero delle
ripercussioni. Le mie giornate erano caratterizzate da febbre e
da forti dolori. La morfina procurava sollievo solo per brevi periodi.
Ma nel mio cuore c’era sempre la pace nonostante le grandi pene
a livello fisico.
Fui piena di gratitudine quando le colleghe e i colleghi
di mio marito mi cantarono al telefono: «Signore, poiché la tua
mano forte mi regge, confido tranquilla…». Potevo veramente continuare
a confidare – nonostante l’esaurimento?!? Dopo che il midollo osseo
malato fu distrutto completamente attraverso la serie di radioterapie
e di chemioterapie, fu immesso nel corpo il midollo osseo sano attraverso
una vena.
Alla gloria di Dio posso dire e testimoniare che
non mi misi a contendere con Lui neanche per un momento. Avevo sempre
pace in me! Il giorno del trapianto del midollo osseo era anche
il compleanno di nostro figlio Tobias. Da quella volta festeggiamo
questo giorno insieme: è ogni anno una data molto particolare nella
nostra vita. Nel frattempo abbiamo avuto la gioia di festeggiare
tanti Natali insieme e la sera della Vigilia risuona ogni anno:
«È nato Cristo, il Salvatore!», la nostra salvezza – e il mio proprio
Salvatore. Continuamente ritorno col pensiero a quegli anni passati.
Quando venni a conoscenza della diagnosi, il giorno di giovedì santo
del 1988, nella clinica universitaria a Giessen, pregai così: «Signore
Gesù Cristo, anche se le prospettive non sono ora per niente buone,
se mi doni ancora degli anni da vivere, voglio raccontare quello
che tu avrai fatto per me!» – Nel frattempo son passati molti anni,
nei quali molte persone malate ci hanno chiesto aiuto. Sempre più
chiaramente riconosciamo il nostro compito nel prestare aiuto agli
ammalati e ai loro familiari e nell’essere loro vicini durante questi
periodi difficili, affinché le famiglie non vadano «alla deriva»
a causa della malattia. Mio marito disse una volta: «Quando s’ama
colui che soffre, perché colpito dalla malattia, si soffre da morire.
La famiglia deve essere intatta». Attraverso la mia attività d’infermiera
ho avuto modo di vedere che spesso i parenti non sanno come comportasi
in tali situazioni e che quando viene diagnosticato il cancro, ciò
ha su di loro lo stesso effetto d’una malattia contagiosa.
A questo punto, mio marito e io desideriamo offrire
aiuto a coloro che sono colpiti da questa malattia e ai loro familiari
– anche fino all’ora estrema! Ringraziando il Signore possiamo compiere
questo tipo d’attività già da parecchi anni. Alti e bassi m’accompagnano
tuttora, ma io sono grata di cuore per ogni giorno di vita che Dio
mi dona. Quando nel 1996 mi misi a scrivere la mia storia, avevo
superato molti anni con alti e bassi. Ogni punto basso della mia
vita mi poneva di nuovo di fronte alla domanda: «È arrivata la temuta
ricaduta?». In questi tempi particolarmente difficili, abbiamo continuamente
sperimentato l’azione misericordiosa di Dio e la sua protezione.
Non avrei mai pensato che, partendo dalla mia esperienza personale,
avrebbe potuto svilupparsi un ministero: incontrare nel dialogo
individuale altri malati di leucemia in situazioni disperate.
Nell’Ottobre del 1998 fondammo con alcuni amici,
che già da tempo c’incoraggiavano in questa direzione, l’associazione
«Leben & Hoffnung» (Vita e Speranza) – Assistenza per i malati
di leucemia – Opera missionaria. Oggigiorno la forza, di cui dispongo,
è sufficiente per svolgere i lavori domestici. Riconosco che il
mio compito consiste nell’incoraggiare coloro che soffrono di leucemia,
nell’assisterli mediante la Parola di Dio e la preghiera. Sono molto
grata che tutta la famiglia ci sostenga in questo lavoro. Il filo
conduttore dell’amore divino è visibile dall’inizio della malattia
sino a oggi.
Questo articolo è dedicato a persone che si trovano
in un periodo di crisi nella loro vita. Vuole essere, inoltre, un
modo per ringraziare mio marito Rainer, i miei figli Matthias e
Tobias, i miei genitori, i miei fratelli, la nostra chiesa, i nostri
amici e tutti coloro che hanno pregato per me. Grazie per tutto
il vostro amore, il sostegno e l’aiuto in tutto questo tempo di
malattia. Desidero ringraziare inoltre i medici e tutto il personale
infermieristico delle cliniche di Diez, di Giessen e di Heidelberg,
per tutto l’aiuto datomi a livello medico e a livello umano.
Ma il ringraziamento più grande va al mio Salvatore Gesù
Cristo.
▬ Traduzione di Riccardo Buzzi
▬ Revisione e adattamento di Nicola Martella
▬ © Leben & Hoffnung; per l’Italia Punto°A°Croce
Questo articolo e il libretto corrispondente
si trova nelle seguenti lingue: ▪ tedesco ▪ russo ▪ inglese ▪ spagnolo
▪ francese ▪ rumeno ▪ turco ▪ arabo ▪ greco ▪ olandese ▪ ungherese ▪
italiano (visitare il sito mediante questo link
e scaricare l'articolo nella lingua desiderata tra quelle disponibili).
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Dicembre 2008
Una lettera per te
Miei cari,
ogni anno c'è una celebrazione e quest’anno non è stato da meno.
Durante questo periodo molte persone fanno spese per regali, ci
sono molti annunci radio, pubblicità televisive ed in ogni parte
del mondo ognuno parla del fatto che ci sarà il mio compleanno
o che c’è stato già. E' veramente bello sapere, che almeno una
volta l'anno, qualcuno mi pensa.
Come saprete, la celebrazione del mio compleanno è cominciata
molti anni fa. All'inizio le persone sembravano capire ed essere
grate per tutto quello che avevo fatto per loro, ma oggi, nessuno
sembra capire o sapere la ragione di questa festa. Le famiglie
e gli amici si riuniscono e si divertono un sacco, ma non afferrano
il vero motivo di questa celebrazione. Anche quest’anno c'è stata
una grossa festa in mio onore.
I tavoli erano pieni di cibo delizioso, carne, pasta, dolci, frutta
fresca, frutta secca, cioccolato, bevande analcoliche, vino e
liquori. Le decorazioni erano bellissime e c'erano molti, molti
regali meravigliosamente incartati.
Ma, vuoi sapere una cosa? Io non sono stato invitato.
Ero l'ospite d'onore e loro non si sono neanche ricordati
di mandarmi un invito.
La festa era per me, ma quando il grande giorno è arrivato, sono
stato lasciato fuori, mi hanno chiuso la porta in faccia... e
io che volevo stare con loro a tavola e condividere la loro gioia
... Mah!
In verità, non mi sono sorpreso più di tanto, perchè negli ultimi
anni sono sempre più numerose le persone che mi chiudono la porta
in faccia durante tutto l’anno, lasciandomi fuori dalle loro case
e dalle loro vite.
Comunque, dato che non sono stato invitato, ho deciso di entrare
alla festa alla chetichella, senza fare alcun rumore. Ero lì in
piedi, in un angolo, ma nessuno si è accorto di me. Stavano tutti
bevendo, alcuni di loro erano ubriachi e raccontavano barzellette
(alcune delle quali oscene), e ridevano per le cose più stupide.
Si stavano proprio divertendo. Oltre a tutto questo, un uomo grasso,
tutto vestito di rosso, che indossava una lunga barba bianca è
entrato nella stanza gridando Ho-Ho-Ho! Sembrava ubriaco. Si è
seduto sul divano e tutti i bambini sono corsi verso di lui dicendo:
"Babbo Natale, Babbo Natale"... come se la festa fosse
stata in suo onore!
A mezzanotte ho notato che tutti si abbracciavano. Ho allargato
le braccia sperando che qualcuno mi abbracciasse e... sai, nessuno
mi ha abbracciato. Nessuno che si sia rivolto a me o che si fosse
interessato a me!
Credo che alla fin fine, il mio compleanno era solo una scusa
per non andare a lavorare oppure a scuola, e che la festa non
fosse veramente per me, ma per loro stessi! Subito dopo hanno
cominciato ad scambiarsi i regali. Li hanno aperti uno dopo l'altro
con grande anticipazione. Una volta aperti tutti i regali ho guardato
se ce ne fosse stato uno per me, ma neppure l’ombra. Come ti sentiresti
se al tuo compleanno tutti condividessero regali e tu non ne ricevessi
neanche uno? Allora ho capito che non ero desiderato a
quella festa e sono andato via in silenzio.
Ogni anno la situazione peggiora. La gente si ricorda
solo di mangiare e bere, dei regali, delle feste e nessuno si
ricorda veramente di me e di quello che ho fatto per loro. Vorrei
che sin da ora, senza dover attendere il prossimo Natale, tu mi
permettessi di entrare nella tua vita. Vorrei che tu capissi il
fatto che circa duemila anni fa sono venuto sulla terra per dare
la mia vita per te sulla croce, per salvarti. Oggi, voglio che
tu creda questo con tutto il tuo cuore. Se lo farai e mi farai
posto nella tua vita e nel tuo cuore, io ti perdonerò tutti i
peccati e ti farò una nuova persona.
....Voglio condividere qualcosa con te.
Visto che nessuno mi invita a queste feste, io avrò la mia celebrazione,
una grandiosa festa che nessuno ha mai immaginato, una festa spettacolare.
Sto ancora finendo di fare gli ultimi ritocchi. Oggi sto mandando
molti inviti e c'è un invito per te. Voglio chiederti di venire
perché sei già stato prenotato e il tuo nome è stato scritto in
lettere dorate nel mio grande libro degli invitati. Soltanto coloro
che sono su questa lista potranno entrare alla festa. Per entrare
sarà necessario l’invito ed il desiderio di rispondervi positivamente,
ma sono sicuro che tutti quelli che inviterò verranno volentieri.
Ma chi cercherà di entrare senza invito non potrà. Preparati,
perché quando tutto sarà pronto farai parte della mia grande festa.
Ti voglio bene e ti aspetto!
Gesù
(Autore anonimo)
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Novembre 2008
Breve storia del Cristianesimo
in Cina (1807-2007)
Paolo da Tarso, Martin Lutero, Billy Graham, Wang Mingdao, Allen
Yuan, Samuel Lamb, Moses Xie...
Forse, alcuni di questi nomi qualcuno li sente per la prima volta;
ma se, fra qualche anno, si scriverà un’edizione aggiornata della
storia del Cristianesimo, forse qualcuno vi leggerà con grande
sorpresa anche questi nomi.
Mingdao, Yuan, Lamb e Xie sono tra i pionieri delle cosiddette
“chiese domestiche” cinesi, che oggi raccolgono milioni
di cristiani in tutto il Paese. L’opera di vangelizzazione comincia
con l’arrivo a Macao, in Cina, nel 1807, del venticinquenne Robert
Morrison, un “agente” della Società Missionaria di Londra (London
Missionary Society).
Nonostante gli sforzi, e dopo ben ventisette anni d’intenso lavoro,
Morrison – primo missionario protestante in Cina – poteva riportare
in patria la notizia della conversione a Cristo di appena dieci cinesi.
Tuttavia, malgrado l’iniziale scoraggiamento, qualcosa stava cominciando
a cambiare: qualcosa che avrebbe influenzato il successivo rogresso
del Cristianesimo in Cina. La corona britannica aveva scoperto che la
vendita dell’oppio india no sul mercato cinese permetteva di ripagare
la costosa occupazione militare dell’India, e così, davanti alle resistenze
cinesi ad aprire senza restrizioni i propri porti, la Gran Bretagna
decise di aprili con la forza.
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La successiva “Guerra dell’oppio” (1839-40) fu vinta
dall’Inghilterra e si concluse con l’occupazione di Hong Kong,
l’apertura della Cina al commercio con l’Occidente e la creazione
di una zona franca lungo una determinata parte della costa meridionale.
Quest’ultima sanzione fece sì che sulla fascia costiera gli
stranieri godessero di uno status di “extra-territorialità”,
che favorì l’arrivo di un contingente sempre più massiccio di
missionari europei. Tra questi, Hudson Taylor (1832-1905), che nel 1865 fondò la prima agenzia missionaria
interdenominazionale, che mirava a operare all’interno del vastissimo
territorio cinese.
Nacque così la China Inland Mission (CIM). Nel 1895,
il numero di missionari operanti con la CIM aveva già raggiunto
quota 641, e quasi tutte le province della Cina erano state
raggiunte.
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Ma nel volgere del secolo la politica tornò a complicare i
tentativi di evangelizzazione della Cina. Un movimento politico
nazionalista, risentito della forzata presenza di occidentali
sul loro territorio, diede vita a una sommossa (la famigerata Rivolta dei Boxer), che nel 1900 portò alla morte di
oltre 189 missionari protestanti e all’improvviso arresto per
qualche tempo dell’attività missionaria. L’intervento di un corpo
militare internazionale riportò la pace e causò l’ulteriore indebolimento
politico della dinastia Qing, che di lì a poco (1911) fu soppiantata
da un governo di tipo repubblicano, presieduto da un cristiano
cinese di nome Sun Yat Sen (1866-1925), che in seguito fu soprannominato
il “padre della Cina moderna”.
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Nonostante
l’intensificarsi dell’impegno evangelistico con l’arrivo di 8235
missionari tra il 1920 e il 1930, la Cina divenne sempre di più
il terreno di lotta di due opposte fazioni: da un lato, c’erano
i nazionalisti di Chiang Kai Shek (dichiaratosi cristiano e battezzato
nel 1930); dall’altro, i comunisti di Mao Tse Tung (o Zedong, nella
foto).
La lotta politica portò alla vittoria dei comunisti e all’espatrio
di tutti i missionari operanti in Cina. Nel 1949, con la proclamazione
della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao sulla Piazza Tien
An Men, cominciò la stagione più coraggiosa dell’evangelicalismo
cinese.
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Nonostante
il tentativo comunista d’infiltrarsi nelle chiese protestanti attraverso
l’istituto della registrazione ufficiale nel Movimento Patriottico
delle Tre Autonomie (ovvero, l’autonomia economica, organizzativa
e politica dagli USA), la maggior parte delle chiese non si registrò nell’unico
organo ufficialmente riconosciuto dallo Stato comunista, e cominciarono
allora a diffondersi le “chiese domestiche”, così chiamate per
l’abitudine a tenere culti nelle case o negli scantinati. Negli anni,
queste chiese si sono sviluppate un po’ ovunque in Cina, nonostante le
persecuzioni da parte dello Stato, riuscendo anche a stabilire dei collegamenti
informali le une con le altre.
Ecco i nomi di alcune di queste “reti” di chiese domestiche: Comunione
di Fangchen, Comunione di Tanghe, Movimento Parola della Vita… In
totale, queste chiese raccolgono diverse decine di milioni di cristiani!
Se nel 1949 l’ammontare di tutti i protestanti cinesi era inferiore al
milione (936.000, per la precisione), oggi, secondo le più recenti proiezioni,
sono cristiani 40 milioni di cinesi, vale a dire il 4% dell’intera popolazione.
Sessant’anni di persecuzioni e privazioni hanno proiettato il Cristianesimo
cinese a diventare una delle forze più dinamiche del l’evangelicalismo
su scala mondiale.
Fra i tanti progetti Made in China c’è anche quello intitolato: “Ritorno a Gerusalemme”, un piano per evangelizzare tutti i Paesi
dell’Asia centrale con un corpo di 100.000 missionari lungo l’antica Via
della Seta, per arrivare fino a Gerusalemme, da dove il messaggio
del nostro Signore è partito 2000 anni fa.
La storia è stata liberamente
adattata dalla 2ª ediz. aggiornata (2006) di David Aikman, Jesus in
Beijing, Monarch Books, Oxford, 2003. Fonte: Ideaitalia, novembre 2008
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Dicembre 2007
Ha compiuto 400 anni la traduzione della
Bibbia in italiano di Giovanni Diodati.
La Bibbia di Giovanni Diodati, che nel 2007 ha
compiuto 400 anni, è la traduzione classica delle Scritture per
il protestantesimo di lingua italiana e, in assoluto, la più antica
versione italiana che abbia avuto continuità di lettura ininterrotta
dalla sua prima pubblicazione fino al giorno d’oggi...
Già nel Medioevo ci sono testimonianze di traduzioni
di testi biblici in italiano tramandate da codici manoscritti.
Fu però durante l’Umanesimo e il Rinascimento che si ebbero le
prime traduzioni complete, ad opera del monaco Niccolò Malermi
sulla base del testo latino nel 1471 e dell’evangelico fiorentino
Antonio Brucioli sui testi originali in ebraico e greco nel 1532.
Entrambe le edizioni scomparvero ben presto dalla circolazione
in base alle disposizioni del Concilio di Trento che indicava
la versione Vulgata, in latino, come l’unico testo della Bibbia
consentito e proibiva la lettura e il possesso di traduzioni in
italiano.
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Con la Riforma
del XVI secolo, però, si era ormai affermata l’urgenza di leggere i testi
delle Scritture nelle lingue nazionali: per il principio del “Sola Scriptura”,
infatti, la Bibbia era l’autorità in base alla quale vivere la propria
fede e riformare la chiesa. Era dunque importante che ogni credente potesse
leggerne i testi nella propria lingua.
Ad offrire questa possibilità agli italiani
fu il teologo e linguista Giovanni Diodati (1576-1649), nato a Ginevra
ma “di nazion lucchese”. Diodati studiò presso l’Accademia di Ginevra
dove fu poi professore di lingua ebraica e di teologia. La sua fama è
però legata alla traduzione in lingua italiana della Bibbia che pubblicò
nel 1607 con l’intento di offrire ai suoi compatrioti un testo comprensibile
e fedele agli originali ebraici e greci. Stampata da un editore ginevrino,
la Bibbia ha dimensioni abbastanza maneggevoli, pensate per una possibile
evangelizzazione dell’Italia, ed è corredata da note esplicative. Sul
frontespizio compare la figura di un seminatore, evidente richiamo alla
parabola evangelica che invita a spargere il seme della Parola, e il motto
“Son art en Dieu” (la sua arte in Dio).
La Bibbia tradotta dal Diodati ha avuto
una storia avventurosa: diffusione clandestina per secoli, sequestri,
pregiudizi, roghi, processi ecc. Ha anche accompagnato i moti risorgimentali
come segno di libertà, dando sostanza all’opera delle chiese evangeliche
e contribuendo all’alfabetizzazione della popolazione.
Una delle poche copie di questa Bibbia è conservata alla Biblioteca Estense
di Modena, dove è possibile ammirarla assieme alla più conosciuta Bibbia
miniata di Borso d’Este.
In occasione del 400° anniversario
della prima traduzione della Bibbia in lingua Italiana, sabato 22 dicembre
si è tenuta una conferenza sul tema: "Giovanni Diodati: non solo
traduttore". La conferenza è stata organizzata dalla Chiesa Evangelica
di Via Di Vittorio, 14, con il patrocinio e la collaborazione del Comune
di Modena - Assessorato alla Cultura. Relatore è stato il Prof. Fares
Marzone, preside dell’Istituto Biblico Evangelico Italiano di Roma. La
conferenza si è tenuta presso la sala "Ex Oratorio" della Biblioteca
Estense, Porta S. Agostino, a Modena.
E' possibile ascoltare la conferenza cliccando
qui...
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