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Gennaio 2012

Il Vangelo non è una religione

Ci sono svariate religioni, ma c'è un solo Vangelo.
Tra religione e Vangelo c'è una differenza enorme:
la religione è opera dell'uomo,
il Vangelo è dono di Dio.

 

La religione è ciò che l'uomo fa per Dio,
il Vangelo è ciò che Dio ha fatto per l'uomo.

La religione è l'uomo in cerca di Dio,
il Vangelo è Dio che cerca l'uomo.

La religione consiste per l'uomo nell'arrampicarsi sulla scala della propria giustizia,
con la speranza d'incontrare Dio sull'ultimo gradino,
il Vangelo consiste per Dio nel discendere la scala venendo a noi in Cristo,
per incontrare noi peccatori sul gradino più basso
.

La religione è buona volontà,
il Vangelo è buona notizia.

La religione è buoni consigli,
il Vangelo è annuncio gioioso.

La religione prende l'uomo e lo lascia com'è,
il Vangelo prende l'uomo com'è, ma ne fa ciò che deve essere.

La religione riforma l'esteriore,
il Vangelo trasforma nel profondo.

La religione pulisce in superficie,
il Vangelo pulisce a fondo.

Talvolta la religione non è che una commedia,
il Vangelo è vita.

Il Vangelo è "potenza di Dio per fa salvezza di chiunque crede"
.

Ci sono molte religioni,
ma c'è un solo Dio.
La tua fede è una religione o è l'incontro con l'amore di Dio che ti salva in Cristo?

(J. T. Seamands)

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Ottobre 2011

Uccidi la religione prima che la religione uccida te!

"... La religione è il cancro sociale dell’umanità, su questo non c’è dubbio. La religione colpisce e affligge tutti, poveri e ricchi, bianchi e neri, analfabeti e plurilaureati.
Attraverso la religione si sono perpetrati – e continuano a perpetrarsi – crimini atroci e genocidi contro l’umanità, milioni e milioni di uomini, donne e bambini uccisi trucidati, di cui la Storia dovrebbe averci messo ampiamente in guardia già da tempo dalle pericolosissime metastasi tumorali che nascono dalla religione..."

 

E' questo uno stralcio di una mail, una delle tante che riceviamo. Possiamo dire che in parte siamo anche daccordo... sono anni infatti che ripetiamo dai nostri micofoni, NON RELIGIONE, MA CRISTO! A questa mail però vogliamo rispondere; l'ha fatto per noi Massimo Medda reinoltrando una risposta personale al mittende della mail, ma vogliamo farlo anche pubblicamente. A proposito, la mail è stata inviata da un movimento ateo.

Caro... ho letto l'intervista che hai rilasciato a Giovanni Caporaso e l’ho trovata molto interessante; sono d'accordo che la religione inventata dagli uomini sia inefficace, anzi dannosa, perché non solo non raggiunge lo scopo ma distrae l'uomo dal suo obiettivo principale, gli fornisce un alibi, tranquillizza e addormenta la sua coscienza.

Permettimi di parlarti di un uomo che circa 2000 anni si scagliava con fermezza contro la religione, condannando l'ipocrisia della “chiesa” del tempo; quell'uomo si chiamava Gesù; il suo messaggio, che possiamo leggere ancora oggi nel vangelo, è infatti sostanzialmente anti-religioso. Mentre la religione, qualunque religione, afferma che per soddisfare le esigenze di Dio, per ottenere le Sue benedizioni e evitare le Sue punizioni, dobbiamo mettere in pratica certi insegnamenti, ubbidire a certi uomini che si chiamano sacerdoti, imam, bramini o rabbini, fare determinate cose, in sostanza comportarci "bene" dove il bene e' definito da altri ed e' suscettibile di cambiamenti a seconda delle evenienze e delle convenienze, Cristo ha portato un messaggio diametralmente opposto: l'uomo e' sì nemico di Dio e come tale destinato alla distruzione, ma Dio vuol fare la pace con lui e per far ciò si e' incarnato per farsi crocifiggere, prendendo su di sé la punizione che l'uomo meritava per i suoi peccati. Mentre dunque alla domanda: come posso fare la pace con Dio? ogni religione, comprese quelle “cristiane”, risponde: fa questo, di' questo, ubbidiscimi e forse ci riuscirai, la risposta di Cristo e': Niente, ho fatto tutto io, tu devi solo credere in me e nel mio sacrificio e sicuramente, sicuramente otterrai gratuitamente questo dono meraviglioso.
Questo e' il messaggio evangelico, la buona novella: Dio esiste, ti ama, è morto e risorto per te per donarti la vita eterna; Gesù è il Dio vivente che vuole avere una relazione diretta con te, senza intermediari, come quella tra padre e figlio, tra marito e moglie.

Sconvolgente? Sicuramente, come può essere il messaggio di un Dio che muore e risorge! Umiliante? Senz'altro, perché afferma la assoluta incapacità dell'uomo di arrivare a Dio con le proprie forze. Irrazionale? Sì, nel senso che la mente umana non può comprendere misteri come essere al tempo stesso perfetto Dio e perfetto uomo; è anche vero però che persino al più brillante degli scienziati sfuggono concetti "atei" come la infinità dell'universo o la eternità della materia.
Ma è anche un messaggio consolante, positivo, vivificante, pieno di amore. Sei nel giusto quando dici che solo liberandoci della religione diventeremo liberi ma la Bibbia dice qualcosa di più e cioè che solo seguendo Cristo troveremo la vera libertà, ci libereremo cioè dalla paura della morte, del futuro, della malattia, dall'ansia di dimostrare che siamo meglio degli altri, dal desiderio di dominare sul prossimo, dalla avidità, dalla brama di successo e di fama, dalla naturale tendenza a commettere il male, dall’odio, dal rancore, dall’invidia. Solo seguendo Cristo troveremo la vera vita, la vita abbondante, la vita degna di essere vissuta, la vita di Dio; solo seguendo Cristo vivremo il vero amore, l’amore puro, disinteressato, totale come quello che Gesù ci ha dimostrato sulla croce; solo seguendo Cristo godremo della vera pace e della vera gioia, quella gioia e quella pace indipendenti dalle circostanze perché hanno la loro sorgente in Lui.
Probabilmente replicherai che la maggior parte di chi si professa cristiano non manifesta praticamente questa libertà, questo amore, questa vita, questa gioia, questa pace; non posso che essere d’accordo e la ragione è che la maggioranza dei sedicenti cristiani non è un vero discepolo di Cristo ma solo un religioso che per tradizione, per ignoranza, perché vittima di inganni o per tacitare la propria coscienza, segue degli uomini che lo portano lontano da Dio. Ma non possiamo attribuire a Dio le loro colpe, come io non posso incolpare te se qualcuno che tu neppure conosci mi desse uno schiaffo dicendomi: me l'ha detto lui di dartelo!

In conclusione, invito chi come te è schifato dalla religione a correre lontano da essa, in qualunque forma appaia, e volgerti all’Unico che può darti la salvezza e cambiare veramente la tua vita, quel Gesù che ti ama e anche oggi ti tende la mano. Non rifiutare la sua offerta di grazia!

Massimo Medda

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Giugno 2011

A 150 anni dall'unità d'Italia bisogna ancora "fare" gli Italiani!

La ricorrenza dei 150 anni trascorsi dall’unità d’Italia (1861-2011) incoraggia il ricordo della visione di servizio e di testimonianza che ebbero i fratelli vissuti in quel tempo e suggerisce una riflessione sul valore che la diffusione dell’Evangelo ha sulla crescita culturale, morale, spirituale ed anche economica di una nazione che è, di conseguenza, una riflessione sul valore del nostro impegno di testimoni, oggi.

 

Il 17 marzo 1861 a Torino avvenne la proclamazione del Regno d’Italia: dopo gli anni combattuti e difficili del Risorgimento, l’Italia era finalmente unita, era finalmente una nazione, anche se ancora le mancava il possesso del Veneto, del Friuli, del Trentino Alto Adige, ma soprattutto del Lazio e della città indicata da tempo come sua futura capitale, Roma.

Qui resisteva ancora quell’anomalo regno, da secoli indicato come “Stato della Chiesa”, ma di una “chiesa” che, essendo diventata istituzione di potere umano e politico oltre che proprietaria di beni e di territori, essendo cioè diventata come uno dei “regni del mondo” ed avente per di più anche “la loro gloria” (Mt 4:8), nulla aveva più a che vedere con la vera Chiesa fondata da Gesù.

Già da tempo sono in corso i preparativi per celebrare i 150 anni trascorsi da quell’evento. In questo percorso celebrativo non si contano le polemiche persistenti, come quelle dovute a spinte secessioniste per di più settentrionali e padane ma anche meridionali, e gli interventi inopportuni, come quello del cardinale segretario di Stato (Vaticano) davanti a porta Pia nel 130° anniversario. Ma non è di polemiche e di inopportunità che voglio parlare.

Infatti desidero piuttosto ricordare che il Risorgimento fu anche il periodo storico, certamente non casuale, ma voluto da Dio, in cui si sviluppò nel nostro Paese il fermento spirituale che portò alla nascita del movimento di risveglio a cui le nostre Assemblee fanno ancora oggi riferimento.

La lettura della Parola di Dio, la centralità unica ed esclusiva della persona e dell’opera di Cristo, la semplicità del radunarsi nel nome del Signore e intorno alla sua “tavola”, la sollecitazione del servizio di ciascun credente attraverso l’esercizio dei doni dello Spirito Santo furono aspetti di questo risveglio indubbiamente favoriti da un allentamento della repressione nei confronti di qualsiasi forma di vita spirituale considerata ostile al cattolicesimo.

Ma furono anche aspetti che, propugnando la libertà di coscienza e la responsabilità individuale, favorirono il formarsi di un humus morale e spirituale sul quale crebbe in molti l’impegno civile per l’unità della nazione.

Personaggi come Cavour, Mazzini, Garibaldi, Pisacane, i fratelli Bandiera (e quanti altri!) avevano a cuore la lettura personale della Bibbia. Solo il Signore conosce i frutti di questa lettura nella loro vita, ma è indubbio che ad essa erano stati incoraggiati non certo da una “chiesa” che, politicamente e spiritualmente, era loro nemica, ma piuttosto dalla frequentazione di ambienti protestanti.

E che dire del giovane Mameli, autore dell’inno nazionale (oggi anch’esso discusso)? Molti ignorano che il suo “Fratelli d’Italia” abbia non una ma cinque strofe e che alcuni versi della terza strofa recitino:

“Uniamoci, amiamoci,
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.

Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio
chi vincer ci può?”

Risorgimento e contestuale progresso del Vangelo, ma soprattutto: progresso del Vangelo e Risorgimento! Il nostro ricordo deve nascere dalla consapevolezza storica di questa doppia relazione, ma anche (o soprattutto!) dal desiderio che “il suolo natio” sia reso “libero”: libero dall’ignoranza spirituale, libero dalla sempre più diffusa religiosità pagana che oscura Dio e la sua Parola, libero dalla superstizione e dall’occultismo, libero dal servilismo dei più e dal potere arrogante dei pochi, libero dalla schiavitù del male...

Perché “bisogna fare gli italiani”?
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La scelta della frase di partenza non è certamente casuale, perché, in relazione alla situazione morale, culturale e spirituale della nazione italiana ma anche all’impegno di testimonianza delle Assemblee, ci offre uno spunto per considerazioni sul passato e sulle prospettive future.

“Abbiamo fatto l’Italia, bisogna fare gli italiani”. La frase, diventata ormai proverbiale, fu pronunciata da Massimo Taparelli, marchese D’Azeglio, predecessore di Cavour come primo ministro del regno di Piemonte e Sardegna, noto anche per essere stato genero di Alessandro Manzoni.

Cosa voleva affermare con questa frase?

1. Voleva ricordare che l’unità d’Italia, pur se storicamente già realizzata, doveva ancora essere conquistata sul piano sociale e politico, perché nasceva in un momento di intense divisioni ed in un periodo in cui movimenti rivoluzionari di ispirazione anarchica e socialista stavano prendendo sempre più piede, incoraggiati da una classe politica conservatrice.

L’unità d’Italia inoltre nasceva con la persistente ostilità della chiesa cattolica e dello Stato di quella Chiesa: ostilità pubblicamente espressa dal re di quello “stato”, papa Pio IX che considerava l’unità d’Italia “il peggiore dei mali”. Inoltre, da un punto di vista organizzativo e di presenza sul territorio, la chiesa cattolica era sicuramente la forza istituzionale più forte in tutta la penisola, senza però esserlo dal punto di vista morale. Viveva cioè la situazione di forza strutturalmente coesa ma con un impatto fortemente disgregante sul tessuto sociale. La Chiesa era, e purtroppo continua ad essere, uno “stato” nello Stato con tutte le conseguenze che sono sotto i nostri occhi.

Inoltre è opportuno anche ricordare che la monarchia e le istituzioni erano avvertite, soprattutto nelle regioni meridionali, come istituzioni soltanto piemontesi, quasi come se fossero non italiane, e quindi avverse.

2. La frase di Massimo D’Azeglio voleva affermare che il problema più acuto che il nuovo Regno d’Italia, appena sorto, avrebbe dovuto affrontare era quello dell’educazione nazionale, non soltanto di un’educazione che guidasse la lotta contro l’analfabetismo, ma che soprattutto guidasse gli italiani ad essere gradualmente liberati dai vizi dell’indisciplina, della irresponsabilità, della disonestà, della immoralità, e che guidasse nella loro vita la formazione di quelle che egli chiamò “doti virili”.

Per completezza di informazione è doveroso ricordare che, se la frase del D’Azeglio divenne una sorta di proverbiale proclama nazionale, non sempre il suo autore ne fu all’altezza tant’è vero che, per il suo comportamento libertino, all’interno della corte sabauda veniva chiamato “sporcaciùn”, epiteto piemontese che non ha certo bisogno di traduzione.

Conoscenza del Vangelo ed alfabetizzazione
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In questo contesto si sviluppò l’impegno di alcuni patrioti che, esuli in Inghilterra, erano tornati in Italia, abbandonando in alcuni casi la lotta politica, e facendo propria la causa del Vangelo, convinti che il bene della nazione scaturisse proprio da quest’ultimo impegno.

Dal 1857 sotto la guida di Teodorico Pietrocola Rossetti, stabilirono in Piemonte (a Spinetta marengo, AL) la base del loro servizio.

Il Rossetti, originario di Vasto in Abruzzo, era riparato in Inghilterra dopo essere stato condannato a morte per la sua partecipazione a Napoli ai moti rivoluzionari del 1848-1849. A Londra era arrivato alla conversione a Cristo attraverso la testimonianza del conte Piero Guicciardini.

Questo servizio avrebbe portato il Rossetti ed i suoi compagni d’opera ad impegnarsi in due precise direzioni:

1. Diffondere la conoscenza del Vangelo in tutta la penisola, attraverso un capillare programma di distribuzione e diffusione del testo biblico. Nel frontespizio della Bibbia di una sorella convertita a Cristo nei primi anni del novecento ho trovato trascritto il noto epigramma del Giusti che da anni veniva usato come manifesto dell’impegno di rinnovamento della società italiana: “Il fare un libro è meno che niente, se il libro fatto non rifa la gente”.

In quello stesso frontespizio ho trovato, aggiunte dalla sorella proprietaria di questa copia della Bibbia, le parole: “Questo è il libro che rifa il nostro cuore”.

Un’affermazione che testimonia come quei cristiani affidassero alla forza dell’Evangelo di Cristo la speranza e l’impegno di “fare gli italiani” con la convinzione che ogni rieducazione morale e sociale partisse non da leggi imposte, ma dal “cuore”. Cioè la società non sarebbe mai stata rifatta se non fosse stato rifatto il cuore di ciascuno degli individui che la compongono.

2. Diffondere l’alfabetizzazione in tutta la penisola. Per questo nacquero, accanto alle comunità cristiane, scuole dove si istruivano gratuitamente i bambini, con l’impegno esemplare di volontari ma molto più spesso di volontarie.

La diffusione dell’Evangelo ha sempre prodotto anche la diffusione della cultura, da sempre mortificata e sottomessa dalla religione. La diffusione dell’Evangelo infatti non doveva essere imposta da lettori e da maestri umani, ma doveva essere incoraggiata e proposta fornendo a ciascuno lo strumento necessario per diffonderlo nel proprio cuore e nella propria vita. Questo strumento era la capacità di leggere. Da sempre infatti l’analfabetismo chiude le menti producendo schiavitù, mentre l’alfabetizzazione le apre, producendo libertà.

Vale qui la pena di ricordare che il primo re d’Italia fu re di un popolo di analfabeti (lo era infatti il 77,7% degli italiani). E anche quando si studiarono e programmarono riforme, lo si fece sempre in uno spirito di grande cautela, come dichiarò ad esempio il ministro della pubblica istruzione Baccelli nel varare nel 1894 la Riforma della Scuola: “Bisogna istruire il popolo quanto basta... non devono pensare altrimenti sono guai”. Perché l’istruzione e la cultura fanno paura, perché producono “guai” per il potere politico e religioso? Perché - prosegue Baccelli - educano “al dubbio e alla critica”, perché educano alla libertà di scelta personale!

Da sempre gli uomini di governo si sono rivelati, nella gran parte dei casi, più preoccupati per la conservazione del potere che della dignità e della crescita della persona. Basti pensare al non felice esempio della chiesa cattolica che ha per secoli ha sottratto al popolo la Scrittura, facendosene mediatrice ed impedendo di fatto l’esercizio personale della critica e del dubbio e, soprattutto, la libertà di scelta. E di fatto commettendo il più grave dei delitti, surrogare o sostituire con la propria parola la Parola di Dio.

La crescita e la dignità della persona sono ancora oggi mortificate ed appiattite dall’egemonia dei vari poteri: politico, religioso e, da qualche tempo, anche mediatico.

Tornando al bisogno di alfabetizzazione che era quanto mai necessario soddisfare per “fare gli italiani”, è di straordinaria bellezza la testimonianza di tanti italiani ed italiane che, a cavallo fra l’ottocento e il novecento, hanno voluto imparare a leggere per il solo desiderio di poter leggere e ascoltare da soli, senza mediatori, l’Evangelo, la Parola di Dio!

Diffusione dell’Evangelo e contestuale diffusione della strumentalità del leggere e della capacità del comprendere: questi sono ancora oggi i principi che animano chiunque, avendo creduto in Cristo attraverso l’ascolto della sua Parola e non attraverso una religione, desideri veder crescere culturalmente, spiritualmente e moralmente la realtà sociale nella quel Dio lo ha chiamato a vivere e a servire...

Il modello di Cristo
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Ma... in quale modo siamo chiamati a vivere l’impegno che provochi la crescita morale, spirituale, culturale della società di cui siamo parte?
Di cosa ha davvero bisogno l’uomo?
Quali sono le necessità attraverso la cui piena soddisfazione si può giungere a costruire la dignità della persona o, come avrebbe detto D’Azeglio, a “fare gli italiani”?

Come “cristiani” ci è caro pensare a quello che ci viene detto della persona del nostro Maestro, Signore e Salvatore. Nell’unico breve riferimento alla sua infanzia che noi troviamo nei Vangeli è scritto che “Gesù cresceva in SAPIENZA, STATURA e GRAZIA davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lu 2:52).

Cioè: nella sua famiglia e nell’ambiente sociale e religioso del piccolo villaggio di Nazareth egli poteva crescere perché vedeva soddisfatti i suoi tre bisogni fondamentali che sono anche i bisogni fondamentali di ogni individuo:

“Sapienza”: bisogno di formazione, di educazione, di istruzione, di crescita nella conoscenza, nella cultura.

“Statura”: bisogno di cure fisiche, più semplicemente: bisogno di pane.

“Grazia”: bisogno di spiritualità o, come qualcuno direbbe, di religiosità.

Questi tre bisogni investono i tre aspetti fondamentali che segnano la crescita di qualsiasi società civile: l’istruzione e la cultura (“sapienza”), l’economia (“statura”), la formazione morale ed interiore (“grazia”).

È indubbio che sono queste le tre direttrici sulle quali si deve muovere qualsiasi tentativo di formare gli uomini, di guidarli a crescere in senso positivo e, quindi, anche quello di “fare gli italiani”.

Ma l’evangelista Luca non si limita ad indicarci i tre bisogni e, di conseguenza, le tre direttrici di crescita di ogni individuo e di ogni società. Egli, additandoci ancora il modello di Gesù, ci indica anche i punti di riferimento di questo percorso di crescita: “davanti a DIO e davanti agli UOMINI”.

Le due presenze, Dio e gli uomini, vanno considerate insieme: l’una non deve escludere l’altra. Purtroppo è accaduto e accade che, pensando a Dio, ci si sia dimenticati degli uomini e, pensando agli uomini, ci si sia dimenticati di Dio!

Ogni processo di formazione, di progresso, di crescita deve tener conto di entrambe le presenze, di entrambe le relazioni:

la presenza di Dio, che ci aiuta a guardare al di là del naturale, del visibile, che dà la prospettiva eterna alla nostra vita ma che, in Cristo, ci dona anche la grazia e la risorse per vivere il nostro cammino, nel qui ed ora di ogni giorno;
la presenza degli uomini che ci ricorda che non siamo soli nel cammino: altri simili, altri “prossimi” sono con noi, accanto a noi, spesso si adoperano per noi. Come noi siamo con loro, accanto a loro, ci confrontiamo con loro, ci adoperiamo per loro.

Nella persona di Gesù, colui che è sceso fra gli uomini per farci conoscere il Dio che “nessuno ha mai visto” (Gv 1:18), queste due presenze sono talmente inscindibili da diventare come una stessa presenza. Lo stesso deve verificarsi nella vita dei discepoli di Cristo, di noi che ci diciamo “cristiani”. Operiamo “davanti a Dio” per il bene degli uomini ed operiamo “davanti agli uomini” per la gloria di Dio!

Operare per il bene degli uomini
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Nel libro del profeta Geremia troviamo un’esortazione rivolta agli esuli ebrei in Babilonia: un’esortazione che possiamo fare decisamente nostra e che deve illuminare il nostro impegno a “fare gli italiani” attraverso il contributo decisivo del Vangelo. È un’esortazione che, inoltre, come vedremo più avanti, contiene una significativa metafora della condizione nella quale come cristiani siamo chiamati a vivere e ad operare.

“Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare e pregate il Signore per essa, poiché dal bene di questa dipende il vostro bene” (Geremia 29:7).

Anche lontano dalla loro patria i deportati dovevano cercare “il bene della città” ed invocare su di essa, attraverso la preghiera, le benedizioni divine.
Si tratta di una chiamata difficile da comprendere ed ancor più difficile da vivere.

Come sarebbe stato infatti possibile per gli Ebrei deportati operare per il bene di Babilonia? Infatti, non dimentichiamolo, operare per il bene di Babilonia voleva dire operare per il bene dei nemici, per il bene del re che aveva distrutto la loro città, che li aveva fatti catturare e portare lontano dalle loro case, dalla loro terra. E come sarebbe stato possibile pregare il Signore per una città e per un popolo nemici? Non c’è solo la risposta utilitaristica da dare a queste due domande (“dal bene della città dipende il vostro bene”), ma c’è soprattutto la risposta legata al carattere stesso di Dio, la risposta cioè che viene dall’Amore.
È per amore che ancora oggi il popolo di Dio è chiamato ad operare per il bene della città, del popolo, del Paese in cui si svolge il proprio cammino!

Il popolo di Dio ha una sua patria, una sua nazione, ma è allo stesso tempo senza patria e senza nazione. Quello che Dio gli chiede ha infatti un’estensione universale, vale per qualsiasi luogo e qualsiasi contesto etnico e sociale. In qualsiasi “patria” il popolo di Dio deve operare per il bene della città e pregare perché su di essa si manifesti la guida e la protezione divine.

I deportati a Babilonia: metafora dei cristiani oggi
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Come mai la condizione degli Ebrei deportati è una metafora della nostra condizione?

In un certo senso i cristiani sono come i deportati a Babilonia: vivono nella loro città, nella loro patria, ma in realtà la loro città, la loro patria è un’altra. E, come gli Ebrei deportati a Babilonia dovevano operare per il bene della loro nuova città trasferendovi i valori conosciuti ed appresi a Gerusalemme, così anche i cristiani sono chiamati ad operare nella loro patria terrena, portandovi attraverso l’insegnamento e soprattutto attraverso l’esempio i valori della loro vera patria.

L’apostolo Paolo, scrivendo la sua toccante lettera ai Filippesi, dichiara in appendice alla propria testimonianza personale: “Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli...” (Fl 3:20).

Cittadini del cielo? Cosa significa?

Non significa certo vivere con la testa fra le nuvole e non significa neppure estraniarsi dalla realtà della terra. Significa piuttosto vivere sulla terra i valori ricevuti dal Cielo, vivere i valori del regno di Dio che attendiamo e prepariamo. Significa, ricordando ancora quanto scritto da Paolo: “cercare le cose di lassù” (Cl 3:1) e viverle.
Poco dopo aver dichiarato di essere cittadino del Cielo, Paolo ricorda a quale impegno sulla terra richiami questa condizione:

“La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini... Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio... Tutte le cose VERE, tutte le cose ONOREVOLI, tutte le cose PURE, tutte le cose AMABILI, tutte le cose di BUONA FAMA, quelle in cui è qualche VIRTÙ e qualche LODE, siano oggetto dei vostri pensieri” (Fl 4:5-8).

Ecco di cosa ha bisogno l’uomo, ogni uomo! Ecco di cosa abbiamo bisogno per “fare gli italiani”! Abbiamo bisogno di cose vere, onorevoli, pure, amabili, di buona fama, di cosa virtuose e che suscitino compiacimento e lode! Abbiamo, in una parola, bisogno dell’Evangelo, perché è la parola del Vangelo che porta i valori del cielo sulla terra, che trasforma gli uomini in cittadini del cielo e li fa, per questo, essere cittadini della terra migliori.

I cristiani sanno di vivere metaforicamente a Babilonia, ma portandovi ogni giorno, nella loro vita e nel loro impegno di servizio, i valori di Gerusalemme. Purtroppo la religione, da Costantino in poi, ha prodotto l’equivoco di un “regno di Dio” già realizzato, ha prodotto una chiesa che è diventata istituzione, organizzazione umana, Stato, di una chiesa che ha preteso e pretende di imporre a Babilonia le regole di Gerusalemme, e che per questo non soltanto ha ostacolato la diffusione del Vangelo ma anche l’unità dei popoli: nel nostro caso è stata drammatico ostacolo all’unità d’Italia.

Il bisogno di “rifare il cuore”, come abbiamo già sottolineato all’inizio, può essere soddisfatto soltanto attraverso l’ascolto della Parola di Cristo e il successivo accoglimento di questa Parola per libera scelta.

Cittadini italiani si nasce, cittadini del Cielo si diventa! Ma abbiamo ben compreso da quanto considerato fino ad ora, che si è migliori cittadini italiani se si sceglie di diventare cittadini del Cielo.

L’apostolo Pietro (anche lui!) ricorda questa condizione dei cristiani, di ogni cristiano:

“Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno l’assalto contro l’anima, avendo una buona condotta fra i pagani, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà... Perché questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re.(1P 2:11-17)

Certamente, come sottolinea Pietro in questo e in altri passaggi della sua prima lettera, vivere a Babilonia portandovi, attraverso il rinnovamento del proprio cuore e della propria vita, i valori di Gerusalemme, genera conflittualità, talvolta incomprensione, sofferenza.
Gli uomini di Babilonia, spiritualmente “pagani” e moralmente “stolti”, non solo non comprendono ma disprezzano e ostacolano. Per questo “fare gli italiani”, così come fare ogni uomo, sarà sempre difficile, impegnativo.

Per questo gli Italiani, a 150 anni dall’unità di Italia e dalla indicazione proverbiale di Massimo D’Azeglio, devono essere ancora “fatti”. Ma, guai ad arrendersi a Babilonia! Guai ad arrendersi a chi pensa (e ci fa credere!) che il bene della città si realizzi attraverso la menzogna, l’immoralità, l’ingiustizia, il disprezzo per l’altro, attraverso i vizi ed il gossip...

L’Evangelo come stile di vita
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Da cittadini del Cielo, preparando ed aspettando il regno di Dio che viene e che ora, come ha detto Gesù, “è sparso nei nostri cuori”, desideriamo continuare a proclamare l’Evangelo, al di fuori di qualsiasi istituzione ed organizzazione umana: illuminati, guidati e sorretti dallo Spirito del Signore.

È il suo Spirito che ci convince, attraverso la Parola, che il progresso economico, culturale, morale, spirituale di qualsiasi società, e quindi anche della nostra Italia, potrà realizzarsi soltanto quando oggetto dei nostri pensieri e dei nostri obiettivi saranno le cose “vere, onorevoli, giuste, pure, amabili, di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode”!

“Forestieri, stranieri, pellegrini”, perché “la nostra cittadinanza è nei cieli”, chiamati ad operare “per il bene della città” e a “pregare il Signore per essa”: ecco quello che il Signore ci chiama ad essere!

Ci chiama a trasferire quaggiù, nella nostra quotidianità, i valori di lassù: il nostro essere “forestieri, stranieri, pellegrini, cittadini del Cielo” non deve essere soltanto la condizione di chi attende il Regno di Dio e sa di essere qui soltanto di passaggio, ma deve diventare piuttosto uno stile di vita, LO stile della NOSTRA vita.

Le sorelle e i fratelli, che vissero nella seconda metà dell’800 gli anni della nascita dell’Italia come nazione, compresero che questo era il segreto per “fare gli italiani”, per “fare” la loro stessa vita.

Su questo solco, indicatoci dalla Parola di Dio e illuminato dallo Spirito di Dio, vogliamo continuare a camminare anche noi, pienamente convinti che soltanto l’Evangelo e l’intera Scrittura è “il libro che rifa il nostro cuore”.

di: Paolo Moretti
da: IL CRISTIANO
data: Gennaio 2011

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Giugno 2010

"Con la fede vivo meglio"

«Manca il coraggio di dire quello che si pensa, è più comodo essere uguali agli altri per non essere presi in giro»; Legrottaglie, il calciatore evangelico, si racconta nel suo secondo libro «Cento volte tanto - con la fede vivo meglio».
Da isolato fedele di Dio, «uscito allo scoperto» in un territorio di miscredenti, se non blasfemi, Nicola Legrottaglie s'è trovato straniero, in quello che era stato il suo mondo, il calcio.

 

L'ex difensore della Juventus (ora al Milan), lo racconta, insieme ad altre esperienze, nel suo secondo libro, «Cento volte tanto - con la fede vivo meglio», che esce un anno dopo il libro d'esordio, «Ho fatto una promessa». La testimonianza della sua conversione a cristiano evangelico fu un inaspettato successo: 100 mila copie, oltre a «migliaia» di lettere e mail alla casa editrice Piemme.
Più che una biografia parte seconda, questa è una risposta a loro, un racconto di fede. Dove «c'è più il cristiano del calciatore». Con buona pace di quelli che «scherzarono» sul primo libro: «Rispondo perché mai un calciatore come me non deve portare agli occhi delle gente la parola contenuta nella Bibbia».
Solo che tra i colleghi del pallone, i proseliti spuntano a fatica. «Gli spogliatoi - scrive Legrottaglie in uno degli ultimi capitoli, “Sono una zebra fuor d'acqua” - sono luoghi dove fa comodo tenere fuori certi argomenti. Ecco perché, alla fine, anche uno come me non può oggi, con una fede che cresce giorno dopo giorno, che sentirsi una sorta di pesce fuor d'acqua».

Più che sulle Sacre Scritture, si rischia di sfogliare il gossip: «Dopo la storia della mia astinenza sessuale prima del matrimonio - racconta ancora - in molti sono venuti da me, stupiti, a chiedermi come davvero la pensassi. In che cosa credessi davvero». Perché «il tema delle donne, alla fine, è un filo rosso che a tavola, tra maschi, ritorna di frequente e tiene banco. Ma gli altri discorsi, magari le macchine, i soldi, i videogiochi per ingannare il tempo, a me non interessano, e proprio per questo posso sembrare, anche a loro, a volte, un po' distante, distaccato». Un profeta «nel regno dell'effimero», dove «l'unico metro di giudizio è l'apparenza».

Quasi diventi eremita: «Mi sono reso conto, in questa mia crescita spirituale, che nel calcio non c'è posto per Dio e soprattutto c'è troppo poco coraggio di uscire allo scoperto e dire cosa si pensa. Fa più comodo essere uguali agli altri, forse per non avere problemi, per non essere presi in giro». Al massimo, si arriva a «qualche battuta sulla mia castità, magari scherzosa, senza malizia, ma che è arrivata». Un mondo dove «non si scappa dalla routine del già detto, dell'apparenza», può essere solo un luogo di lavoro.

Nicola ha allora iniziato a frequentare altri ambienti, incontrando i «fratelli» di fede, a partecipare a iniziative di solidarietà, ad ascoltare le storie dei più deboli. Ambienti «dove posso esprimere quello che sono e che penso in piena libertà». Difficile farlo con i compagni: «Ma non solo alla Juventus: credo che chiunque, in qualunque squadra, si troverebbe in difficoltà a voler parlare di preghiera».

Come nel libro precedente, Legrottaglie parla anche di amore, sesso, aborto, tra citazioni, lunghe e numerose. Dalla pillola Ru486 («Un grave affronto alla vita») a una visione della scienza vagamente oscurantista: «Il porsi continuamente domande, il volere per forza andare indietro fino all'origine, spiegare, tentare con ogni mezzo di dimostrare tutto, porta soltanto a maggior confusione».

Fino a una disputa tra creazionismo ed evoluzionismo che farebbe saltare sulla sedia qualsiasi studente delle medie: «Gli evoluzionisti sono talmente razionali che continuano a porsi domande, una dopo l'altra a ritroso, tutta una serie di perché, di come, di dove, quando… poi arrivano al punto che sì, l'uomo discenderà pure dalle scimmie, e le scimmie a loro volta da qualche altro essere animale. Ma questi animali da dove arrivano? E all'inizio il big bang, dicono loro. E prima, allora?» Risposta: «A me sta bene la creazione discesa da un Creatore che è Dio, fatta in sette giorni, proprio come sta scritto nella Genesi».

di: Massimiliano Nerozzi
da: lastampa.it
data: 16 marzo 2010

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Maggio 2010

La Sindone di Torino e la certezza della fede

La Sindone rappresenta una vera sfida per il dialogo fra cattolici ed evangelici. Su dei punti cruciali - l'autenticità o l'inautenticità della Sindone e il suo uso per promuovere e sostenere la «spiritualità cristiana» - si confrontano infatti due posizioni assai diverse. I problemi da affrontare si situano dunque sia sul piano storico, teologico e scientifico, che sul piano della realizzazione pratica delle «ostensioni».

 

1. GLI EVANGELICI E LA VENERAZIONE DELLE IMMAGINI

Per comprendere l'atteggiamento degli evangelici riguardo alla venerazione delle immagini e delle reliquie, bisogna tener conto prima di tutto del fatto che si tratta di una pratica che non era presente nei primi secoli del cristianesimo e che è stata spesso messa in discussione e contestata in quelli successivi. Si vedano al riguardo, per esempio, il Concilio orientale di Hieria del 754 d.C., convocato dall'imperatore Costantino V, e il Sinodo di Francoforte del 794, voluto da Carlomagno.
La posizione tenuta dal mondo evangelico italiano può essere riassunta dalle parole che il prof. Paolo Ricca scrisse qualche anno fa nella rubrica «Ecumene», da lui tenuta periodicamente sul quotidiano cattolico Avvenire. Nel numero dell'8 ottobre 1995, in un articolo intitolato: «Ma Dio può essere una questione di "immagine"?», egli scriveva: «Come è noto, la Riforma del XVI secolo, soprattutto nella sua versione zwingliana e calvinista, ha combattuto l'uso liturgico delle immagini (e delle reliquie), pur riconoscendo loro una possibile, legittima funzione didattica.


Fondandosi sul divieto contenuto nel Decalogo (Esodo 20,4-5) di farsi delle immagini scolpite delle cose create (per «prostrarsi dinnanzi a loro») e della stessa divinità (per materializzarne in qualche modo la presenza, renderla più vicina, più accessibile e forse anche più disponibile), le Chiese nate dalla Riforma hanno sviluppato una spiritualità centrata sulla Parola e sul suo ascolto, anziché sull'immagine e la sua contemplazione [...] Non si vedrà mai, insomma, un credente evangelico pregare, in piedi o in ginocchio, davanti a un'immagine».

Il prof. Ricca faceva poi notare come per il Nuovo Testamento Gesù Cristo sia non solo la Parola vivente e incarnata di Dio (Giovanni 1,14), ma anche «l'immagine del Dio invisibile» (Colossesi 1,15). Ciononostante - continuava - «questa immagine non viene descritta: non c'è negli Evangeli alcuna traccia di una descrizione dell' aspetto fisico di Gesù: egli è l'immagine di Dio ma come lo sia non viene detto; è l'immagine che non può essere dipinta neppure a parole e sembra perciò sottrarsi alla presa delle arti figurative di qualsiasi tipo». Sono parole scritte quindici anni fa, ma mantengono intatta la loro importanza. Poiché, nell'articolo riportato, il prof. Ricca citava il Decalogo, conviene fare una precisazione importante al riguardo. Benché sia fondato sullo stesso passo biblico, l'elenco dei dieci comandamenti è diverso nella tradizione cattolica rispetto a quella protestante. Dice il testo biblico di Esodo 20: «3 Non avere altri dèi oltre a me. 4 Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. .5 Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, 6 e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti».
Nella tradizione cattolica il divieto di fare sculture. (contenuto nel versetto da 4 a 6) e stato inglobato nel primo comandamento - e poi di fatto è stato dimenticato. In quella protestante, come del resto in quella ebraica, invece, è stata data molta importanza al divieto delle immagini e al loro utilizzo per il culto, tanto che ne è nata una spiritualità tutta centrata sulla Parola predicata.

Come cristiani evangelici affermiamo quanto segue.
1. Non c'è bisogno di un'immagine per esprimere la propria fede. li Signore è vivente e non si può dare alcuna importanza a un'immagine, fosse pure quella del Cristo morto, prima della risurrezione.
2. Poiché il Nuovo Testamento è il testo di riferimento per la vita, l'opera e la persona di Gesù Cristo, tutto ciò che riguarda il «Gesù storico» deve essere ricercato solo nella Bibbia.
3. La proibizione delle immagini è un elemento costante e fondamentale della fede biblica. Dio è Spirito e non può essere legato ad alcuna raffigurazione o immagine.
4. È vero che l'apostolo Paolo parla spesso di immagine, tuttavia non si riferisce mai a una immagine o riproduzione fisica e materiale che debba essere venerata, ma ne parla nel senso morale e spirituale (Romani 8,29; 1 Corinzi 15,49). Egli scrive: «...[avete imparato] a rivestire l'uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità» (Efes. 4,24).
5. l' «ostensione» della Sindone non rappresenta un problema religioso o di coscienza per i cristiani evangelici. In una parola, non ci scandalizza perché, anche se questo fosse il «vero lino che avvolse il corpo di Gesù crocifisso», la nostra posizione non cambierebbe e il nostro rifiuto della venerazione delle reliquie non sarebbe meno netto. Ciò che ci preoccupa, invece, è il fatto che molte migliaia di fedeli giungano a Torino credendo di sentire più viva e reale la loro fede in Dio perché pensano che quel volto raffigurato sul «sacro lino» sia il vero volto di Cristo, così come viene detto, in modo più o meno aperto, dai loro conduttori spirituali.
I cattolici italiani, che non sono abituati a confrontarsi con fedi religiose diverse dalla propria, faticano a comprendere che, in una prospettiva protestante, la venerazione delle immagini sia inaccettabile, in quanto, al di là della questione del secondo comandamento (che pure è fondamentale, come abbiamo detto), rappresenta ai nostri occhi il tentativo umano di staccarsi dalla realtà della fede fondata soltanto sull' annuncio della Parola per ancorarsi a quella della visione, cioè della certezza, diciamo dimostrabile, «scientifica», che rende non più necessaria la fede. È bene ricordare che 1'apostolo Paolo ha scritto che noi «canuniniamo per fede e non per visione» (2 Corinzi 5,7).
Rinunciare all'uso delle immagini e delle reliquie non signi fica affatto intellettualizzare la fede o allontanarla dal popolo, come qualcuno ci accusa di fare. Ne sono una prova le masse di contadini tedeschi e del Nord Europa che nei secoli passati hanno aderito alla Riforma protestante e le masse popolari che in Mrica come in Cina, in Brasile come in Corea del Sud affollano oggi le chiese evangeliche. Piuttosto, significa dare alla fede un contenuto e una forma più autenticamente biblica e apostolica. Significa riconoscere che il Signore si rivolge oggi a noi non con reliquie e immagini, ma con la predicazione della sua Parola vivente e con la forza dello Spirito Santo. Significa riconoscere che non ci sono intermediari, non ci sono mezzi particolari per arrivare a Dio, alla sua conoscenza, se non quello di accettare Cristo, il Figlio di Dio, non per visione ma per fede.

2. LA SINDONE: I PRECEDENTI

Poiché negli ultimi anni si sono moltiplicate le «ostensioni», in quanto cristiani evangelici abbiamo sentito il dovere di esprimere più volte pubblicamente la nostra posizione. In diverse occasioni, quindi, dopo aver sottolineato il rifiuto di venerare immagini e reliquie, ci siamo concentrati su una serie di obiezioni riguardo all'autenticità della Sindone di Torino, concordando in questo con molti studiosi sia laici che cristiani cattolici. Sintetizziamo qui di seguito alcune di queste obiezioni.
1. I testi evangelici, riferendo l'uso ebraico dell'epoca confermato da recenti scoperte archeologiche, che prevedeva che il corpo del defunto fosse avvolto da un abito normale e la testa da un sudario (non si parla mai di una lunga striscia di tela di m. 4,36), non accennano a impronte lasciate su questi panni. Infatti tutta la descrizione e il pathos evangelico si basano sul vuoto della tomba, e quindi sull'assenza di prove e sulla sufficienza della testimonianza verbale della risurrezione accompagnata dalla visione e dall'insegnamento, limitati nel tempo, del Risorto.
2. La legge ebraica vietava di toccare i panni funerari usati per un defunto, in quanto erano causa di impurità. Essi non potevano essere conservati, ma dovevano essere distrutti.
3. La raccolta e il culto delle reliquie erano del tutto estranei alla mentalità ebraica e a quella dei cristiani dei primi secoli. La problematica stessa è del tutto assente nei testi neotestamentari e negli scritti dei primi secoli. Solo così si spiega il fatto che non sia stato conservato neppure un oggetto appartenuto a Gesù nel corso della sua vita terrena e di cui sarebbe stato facile verificare l'autenticità. Per la stessa ragione non si capisce come sarebbe stato possibile conservare il suo abito funerario.
4. Non esiste alcuna notizia sulla Sindone di Torino prima della metà del XIV secolo. Questo telo faceva parte del bottino catturato dai crociati che avevano liberato la città di Smirne dai turchi nel 1346 e fu assegnato a Goffredo di Chamy, piccolo feudatario di Lirey (Francia).
5. Le origini della nostra Sindone in Francia sono state ricostruite su documenti originali d'archivio, mai contestati, da un grande storico medievista, il canonico prof. Ulisse Chevalier, tra il 1899 e il 1903. In una serie di testi (pubblicati in Francia e riportanti tutti regolare zmprimatur della diocesi di Valence) Chevalier dimostrò che:
- Goffredo e i suoi eredi sapevano che si trattava di una copia o riproduzione «<figure ou représentation») dell'autentica Sindone di Gesù;
- il vescovo di Lirey si oppose alla pubblica «ostensione» proposta dalla vedova di Goffredo e dai canonici del luogo;
- il vescovo di Lirey dichiarò di aver ottenuto la confessio ne del pittore che avrebbe dipinto il telo o rinfrescato le macchie sanguinolenti della Sindone;
- quando, nel 1390, il papa avignonese Clemente vn autorizzò l'«ostensione», fu posta la condizione che non si accendessero candele e che si dicesse ad alta voce al popolo che si trattava solo di una «imitazione o copia » della vera Sindone di Gesù; furono poi i Savoia, i nuovi acquirenti del telo, a richiedere con insistenza e a ottenere nel 1506 dal papa Giulio II l'approvazione della «Messa della Sindone». Lo stesso Chevalier, in un suo testo del 1903, ricorda che, nella primavera del 1902, papa Leone XIII chiese un parere alla Congregazione vaticana delle indulgenze e delle reliquie che diede un responso negativo sull'autenticità della Sindone («non sustinetur»), parere che non fu divulgato - sembra - per non turbare i già difficili rapporti con i Savoia.
6. La Sindone può essere stata fabbricata da abili artigiani bizantini specializzati in icone (e reliquie) con il metodo del rilievo bronzeo riscaldato al fine di rendere l'immagine incancellabile. Perché stupirsene? In Oriente si producevano moltissime icone (e reliquie) per la pietà personale o collettiva e per venderle ai crociati occidentali. Ricordiamo che dopo la quarta Crociata (1205-1206), deviata su Costantinopoli, l'Europa fu inondata da una massa di false reliquie, tanto che il IV Concilio Lateranense del 1215 dovette emanare norme molto precise al riguardo (Cap. 62). Le reliquie dei santi: «n fatto che alcuni espongano qua e là le reliquie dei santi per venderle ha causato frequenti attacchi contro la religione cristiana [...]. Quanto alle nuove reliquie nessuno potrà venerarle pubblicamente prima che siano state approvate dall'autorità del romano Pontefice, in: Denzinger - Huenermann, Encht'ridon symbolorum, ed. XXXVII, 1995, n. 818, p. 466).
A questo proposito le prove di laboratorio effettuate dal prof. Vittorio Pesce Delfino, medico chirurgo e specialista in Anatomia e Istologia patologica e docente di Antropologia presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Bari, è il metodo del rilievo bronzeo riscaldato, hanno prodotto una «Sindone» avente tutte le caratteristiche di quella di Torino. Il fatto che non se ne parli non ne diminuisce il valore e significato scientifico proprio perché sull'argomento - duole dirlo - hanno vinto gli interessi più forti e non il serio dibattito storico-scientifico. il suo lavoro è pubblicato in: E l'uomo creò la Sindone, Dedalo, Bari, 1982.
Da tutte queste considerazioni si ricava che la Sindone non è avvolta affatto da un mistero, ma semplicemente da una serie di elementi che rendono difficile anche solo ipotizzarne l'autenticità. Noi abbiamo la sensazione che ci sia un accanimento nella ricerca di prove a sostegno e, contemporaneamente, una svalutazione costante delle tante prove contrarie (bibliche, storiche, scientifiche...).
Finalmente, nel 1988, dopo innumerevoli resistenze e polemiche, fu deciso di sottoporre il «sacro lino» all'analisi del carbonio 14, abitualmente usata per datare manufatti antichi. Dei pezzetti di tessuto furono prelevati con grande attenzione e rispetto e furono affidati a tre laboratori di ricerca molto noti per la loro serietà e indipendenza (sono gli stessi che hanno datato i famosi manoscritti del Mar Morto), a Tucson, a Oxford e a Zurigo. I risultati delle analisi stabilirono concordemente che il telo era stato fabbricato tra il 1260 e il 1390. È significativa la perfetta coincidenza con i dati storici che documentano la comparsa in Europa della Sindone. L'annuncio dei risultati della ricerca fu dato pubblicamente il 13 ottobre 1988 dall'arcivescovo di Torino, cardinale Ballestrero, alla presenza anche di Joaquin Navarro Valls, allora direttore della Sala Stampa Vaticana. In quell'occasione, il cardinale disse: «l'ostensione della Sindone conserva il suo valore come oggetto di culto, sacra immagine con volto di Cristo [...] La Sindone ha una sua autenticità come immagine, il cui valore è preminente rispetto all'eventuale valore di reperto storico». A queste parole si può obiettare che, se la Sindone è stata prodotta alla metà del '300, si tratta di un falso creato per ingannare gli acquirenti e che quindi il suo carattere «sacro» è quanto meno discutibile. Comunque, per noi il discorso sull'autenticità era chiuso.
Ma nell'agosto del 1990 lo stesso Navarro Valls rese noto che il Vaticano, in accordo con il nuovo arcivescovo di Torino, Saldarini, aveva in programma altre verifiche perché, secondo il portavoce vaticano, l'esame del carbonio 14 «è un dato sperimentale tra gli altri, con la validità e anche i limiti degli esami settoriali, che sono da integrare in un quadro multidisciplinare». li fatto è che questo «dato sperimentale tra gli altri» non è che l'ultimo di una catena di evidenze contrarie all' autenticità della Sindone.
Oggi si assiste a un sistematico rifiuto, da parte dei sostenitori dell'autenticità, dei risultati di questa analisi. Rifiuto che non risparmia neanche accuse di incompetenza o di mala fede rivolte agli scienziati che l'hanno svolta. Le motivazioni addotte sono di due tipi: vi è chi dice che i campioni prelevati per le analisi non apparterrebbero al lino originario, ma a interventi di restauro successivi e vi è chi afferma che il forte calore a cui fu sottoposta la Sindone durante l'incendio che nel 1532 distrusse la cappella in cui era custodita ha sicuramente alterato i risultati della ricerca.
Tali attacchi, però, appaiono strumentali, tanto più che recentemente l'analisi al carbonio 14 è stata usata e considerata affidabile per affermare che dei resti umani trovati in una tomba posta nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura, a Roma, confermano, come ha sostenuto papa Benedetto XVI, «d'unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell'apostolo Paolo».

3. LA SINDONE: LE PROSPETTIVE

L'annuncio del cardinale Poletto di una nuova ostensione della Sindone nel 2010 è stato accompagnato da dichiarazioni che paiono allontanarci dall'impostazione che aveva dato il cardinale Ballestrero nel 1988 e che sembrano far tornare al centro della scena affermazioni poco chiare sull'autenticità o non autenticità del telo esposto alla venerazione dei pellegrini. E intanto è ripresa la campagna stampa e televisiva fatta di notizie sensazionali, dati scientifici vecchi, discussi e discutibili, presentati come nuovi e definitivi. Da qui una serie di domande che esprimiamo con grande franchezza.
- Possiamo comprendere che l'idea di far arrivare a Torino un milione e più di persone possa essere considerata importante da molti settori della città. Ma è possibile considerare questo fatto una crescita dal punto di vista spirituale?
-L'«ostensione» del 2010 sarà affiancata da un dibattito serio e aperto sulla sua autenticità oppure da una campagna tesa a dimostrare essenzialmente l'autenticità della Sindone e a screditare i circoli scientifici e laici e le chiese evangeliche, che invece la negano?
- L' «ostensione» sarà celebrata come un grande evento religioso, col suo corollario di indulgenze, che tende a fare di Torino una sorta di seconda Roma? In questo caso fare chiarezza sulla questione dell'autenticità è essenziale perché è difficile pensare che tanta gente venga a Torino per vedere solo un'immagine, per quanto affascinante possa essere. Oppure, il cattolicesimo torinese saprà fare di questa «ostensione» un evento più discreto che, pur non rinnegando la tradizionale devozione per le immagini e le reliquie, che è parte integrante della prassi e della spiritualità cattolica, la riconosca tutt'al più come semplice immagine con il volto di Cristo, come disse il cardo Ballestrero?
- «Passione di Cristo, passione dell'uomo»: queste parole sono state scelte come slogan e come filo conduttore della riflessione in vista dell'«ostensione». Sono parole molto importanti, che per noi si traducono nell'invito a ricercare il volto di Cristo non in un telo ma nella persona del nostro prossimo, bianco o nero che sia e a qualunque razza o religione appartenga.

CONCLUSIONE

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» Con queste parole, secondo il racconto di Luca 24,5, «due uomini con vesti splendenti» accolsero le donne che andavano al sepolcro per imbalsamare il corpo di Gesù la mattina di Pasqua. Queste stesse parole risuonano per noi oggi e sono un invito a non volgere lo sguardo al passato, bensì a cercare di vivere coerentemente la nostra fede nel presente, nella grazia del Signore Gesù Cristo, nell' amore del Padre e nella comunio ne dello Spirito Santo - sostenuti in questo dalla promessa della venuta del suo Regno di pace, di amore e di giustizia. Che senso ha preoccuparsi di rintracciare segni e oggetti materiali appartenuti al Figlio di Dio fatto uomo? A coloro che lo amano e osservano la sua Parola, il Cristo vivente ha lasciato non degli oggetti, ma il dono dello Spirito Santo e la promessa che Egli stesso e il Padre dimoreranno presso di loro (Giovanni 14,23).
Poiché siamo chiamati a riporre la nostra fede in Gesù Cristo e in Colui che lo ha mandato, ricercare dei segni o degli oggetti per avvalorare il nostro credere non è mancanza di fiducia? Dio ha scelto una sola via per comunicarci la salvezza e la riconciliazione: Cristo Gesù e la sua croce, «scandalo e pazzia per coloro che non credono» (1 Corinzi 1,23), Questo è l'unico segno che ci è stato lasciato. Non è un volto raffigurato su un telo che può generare o accrescere la nostra fede in Gesù Cristo, ma la testimonianza vivente della Bibbia, Noi preghiamo il Signore che sospinga tutti gli uomini e le donne a riprendere con forza e con gioia l'annuncio che «Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo Unigenito figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3,16).

Tratto da: "La Sindone di Torino e la certezza della fede" (Usato con permesso)
Ed. La Casa della Bibbia, 2010
© Associazione Più dell'Oro, 2010

Hanno collaborato:
Giorgio Bouchard, Cesare Milaneschi, Carlo Papini, Ernrnanuele Paschetto, Marco Pastore, Paolo Ribet
Tutte le citazioni bibliche, salvo diversamente indicato, sono tratte da La Sacra Bibbia - Nuova Riveduta 1994 © Società Biblica di Ginevra.


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Luglio 2009

Leucemia: una vita fra paura e speranza. La testimonianza di Inge Wende

Mi chiamo Inge Wende, ho una tremenda odissea alle mie spalle, a cui molti non sopravvivono, ma che io ho potuto affrontare in una maniera diversa, perché ho nella mia vita un fondamento particolare che mi sorregge. A questo scritto avrei anche potuto dare il titolo «Gli alti e i bassi scrivono storie», perché scrivendo dovetti pensare a molti apici ma anche a molti abissi nella mia vita. Accettare circostanze positive e viverle, riesce a tutti sicuramente come una cosa più facile che doversi confrontare con difficili situazioni negative e accettarle.

 

Quel giovedì santo del 1988 ero ricoverata alla clinica universitaria di Giessen (Germania). Già di buon mattino il professore entrò in camera per comunicarmi che avevo una forma molto aggressiva di leucemia. Non può essere vero!?! Iniziai a essere agitata e fui sopraffatta da una gran confusione. Ero ancora giovane, avevo ancora una vita davanti – e, poi, i miei bambini avevano bisogno di me!

Il mio cuore batteva forte, l’orologio continuava a scandire i secondi, mi diedi un pizzicotto pensando di potermi così svegliare, ma dovetti constatare che tutto ciò purtroppo non era solo un brutto sogno. Il professore era ancora lì, in piedi accanto al mio letto. Gli feci alcune domande alle quali però nessuno avrebbe potuto rispondere. «Ho ancora una possibilità?». «Potrò sopravvivere?». Ero così oppressa da paura e angoscia, che respiravo con molta difficoltà. Essendo un’ex infermiera, sapevo quello che significava una diagnosi del genere, ma non avevo ancora la più pallida idea di quello che mi sarebbe accaduto. Prendemmo un appuntamento per un colloquio col professore la sera stessa. Le due signore con le quali condividevo la stanza erano state già dimesse, così che mi trovavo da sola. Ero veramente sola?
Dopo essermi tranquillizzata, iniziai a pensare alle cose che m’attendevano. «Cosa penserà mio marito? Cosa penseranno i nostri genitori, i nostri fratelli, gli amici e i nostri figli?». Proprio i nostri figli avevano già assistito a ciò che era successo quattro mesi prima a Jamila. Jamila è morta! Jamila è deceduta nella notte, alla vigilia della prima domenica d’avvento, anche lei di leucemia. Poiché proveniva dalla Siria, non potendo essere curata nel suo paese e non avendo un’assicurazione sanitaria in Germania, si dovette far fronte, in maniera privata, a tutte le spese.

Tutta la nostra famiglia, insieme con alcuni amici, era stata vicina a Jamila per nove mesi. In diversi giornali demmo notizia riguardo alle sue condizioni, ai suoi cinque figli e agli alti costi della cura. I nostri figli – allora di 9 e di 14 anni – donarono i loro risparmi, raccontarono nel loro ambiente di Jamila e dei suoi cinque figli e dell’intenzione di volerla aiutare raccogliendo delle offerte, affinché potesse esser curata in Germania e quindi guarire. Attraverso quest’azione raccogliemmo più di 200.000 Marchi tedeschi. Jamila non ce l’ha fatta. Morì nella notte della prima domenica d’avvento del 1987, due settimane dopo il trapianto del midollo osseo. Tutte le lotte, le trepidazioni e le speranze furono invano. – Ed ora, quattro mesi dopo ci trovavamo nella stessa situazione!
Dopo che la storia di Jamila mi fu passata per la mente come un film, pensai ai nostri figli; d’una cosa ero sicura: permetterò che mi facciano di tutto, ma non acconsentirò mai a un trapianto di midollo osseo. Proprio perché i nostri figli avevano visto da vicino la morte di Jamila, non volevo esporli alla paura d’un trapianto non riuscito. Quando poco più tardi arrivò mio marito, piangemmo e pregammo insieme. Ero veramente sola adesso? Non avevo un Padre in cielo che aveva promesso d’essere ogni giorno con me? Di non abbandonarmi e di restare sempre al mio fianco? Molti anni prima avevo affidato la mia vita a Dio. Da cristiana convinta avevo vissuto molti alti e bassi.

Nella Bibbia sta scritto: «Io ti consiglierò e avrò gli occhi su di te…». Che consolazione sapere che Dio aveva gli occhi su di me, anche adesso nella clinica universitaria di Giessen. In preghiera riuscii ad affidargli tutte le mie preoccupazioni, le mie paure, i miei bisogni e i miei interrogativi. Potemmo pregare insieme, chiedere a Dio di prendere tutto nelle sue mani, di prendere il controllo. La sera stessa ci fu un colloquio chiarificante con il professore. Alla fine, queste furono le sue parole: «Prima di tutto dovrà essere sottoposta a diverse chemioterapie. Queste saranno molto forti, in modo da poter distruggere subito il cancro. Di conseguenza le cadranno i capelli: veda di procurarsi in tempo una parrucca, quest’aspetto è importante, soprattutto per le donne. Le unghie potranno cambiare aspetto o addirittura cadere del tutto. Questi sono gli effetti collaterali propri della chemioterapia, del tutto normali. Parli riguardo alla sua malattia, parlandone riuscirà a rielaborare il trauma e ad affievolire gli effetti dello shock. Da oggi in poi, la leucemia fa parte della sua vita. Non possiamo tardare con l’inizio della chemioterapia – da adesso in poi il tempo è contro di Lei!». Parlando con il professore gli dicemmo che saremmo stati pronti a tutto, ma che, ripensando alla storia di Jamila, che anche lui aveva conosciuta, non avremmo acconsentito a un trapianto di midollo osseo.

Accettando la nostra opinione, ci disse: «Qualsiasi cosa venga fatta, ciò che da ora in poi l’aspetta sarà molto duro. Lei deve combattere!». Spiegammo al professore che posizione avesse Dio, ossia Gesù Cristo, nella nostra vita e nella nostra famiglia e che Dio stesso era per noi il dottore dei dottori. Potemmo ritornare nuovamente a casa, ma solo per tre giorni: dovevamo organizzare i prossimi duecento giorni. I nostri figli avevano bisogno d’una «nuova famiglia» per quel periodo. Mio marito fu esentato dal servizio. Durante quei giorni pensai molto al mio passato e al mio futuro. Cosa succederà se non dovessi sopravvivere? Nel caso avessi dovuto morire, sarei stata davanti a Dio e avrei dovuto render conto dei miei 37 anni di vita. Iniziai a sentire il desiderio e il bisogno di chiedere perdono agli uomini, ai quali avevo fatto qualche torto o anche a coloro che avevano qualche problema con me.
Ciò che m’importava era che non ci fosse più nessuna ombra tra me e Dio e tra me e altre persone. In seguito iniziarono le prime chemioterapie: me ne avevano prescritte 50. Avrebbero dovuto essere così aggressive da poter distruggere subito le cellule tumorali nel sangue e nel midollo spinale. Queste erano le condizioni necessarie affinché un successivo trattamento potesse essere efficace. Effetti collaterali di queste chemioterapie sono, tra altre cose, una forte degenerazione della mucosa della bocca. La mia bocca veniva disinfettata quotidianamente più volte con dei bastoncini di cotone e delle soluzioni. Le ferite mi dolevano talmente, che stavo quasi per perdere la testa. Ero molto grata a mio marito quando, durante quei determinati momenti, mi rassicurava dicendomi quanto bene mi voleva e raccontandomi che anche i miei figli m’erano vicini. Mio figlio Tobias, allora di dieci anni, disse così: «Non t’abbiamo voluto bene perché avevi dei bei capelli – ti vogliamo bene ugualmente anche senza capelli. T’amiamo perché sei la nostra mamma!». Il quindicenne Matthias mi mandò a dire: «Papà, dì alla mamma che io combatto con lei!». Che bene che fa, sapere che la propria famiglia, i propri genitori e gli amici combattono con te! Come fa bene, sapere che aver riposto la mia fiducia in loro non è stato sbagliato! Dalla Germania e dall’estero m’arrivarono dei messaggi e dei saluti. Un coro cristiano venne a visitarmi e mi cantò canzoni che mi consolarono. «Ma il Signore è sempre più grande. Più grande di quel che io riesco a pensare! Ha creato tutto l’universo. Tutto gli è sottomesso». Sempre quando pensavo d’essere alla fine delle mie forze ed ero presa dallo scoraggiamento, sentivo come risuonare dal corridoio fino nella mia stanza: «Ma il Signore è sempre più grande…!».

Sembrava che le cinquanta chemioterapie non finissero più e gli effetti collaterali erano fortissimi: febbre alta, la degenerazione della mucosa orale, gastrica e intestinale, molta nausea, vomito e dolori in tutto il corpo, così come scoraggiamento e debolezza. In tutti questi alti e bassi anche emozionali ho sempre sentito che Dio stesso era al mio fianco, che mi donava coraggio, consolazione e gioia. Dopo questa fase di chemioterapie, fu esaminato nuovamente il mio midollo osseo.
Il referto era incoraggiante. Al momento non c’erano più cellule cancerose. Il professore ci spiegò che, pur avendo preso atto della nostra indisponibilità ad acconsentire a un trapianto, tuttavia dal punto di vista terapeutico era consigliabile estrarre una parte del midollo osseo. Questo sarebbe stato possibile nella clinica universitaria di Heidelberg. Qui mi fu estratta, sotto l’effetto dell’anestesia, la metà del mio midollo osseo. Questo può avvenire solo nel caso in cui il midollo sia assolutamente privo di cellule cancerose. Il midollo estratto fu trattato in un’apposita apparecchiatura con ulteriori processi chemioterapici e in seguito congelato e reso così disponibile, se necessario, per un eventuale trapianto. Esistono diverse forme di leucemia e quindi, a seconda del caso, differiscono anche i tipi di cura. Nel mio caso, potendo usare il mio midollo osseo, potevo rinunciare a quello messo a disposizione da un eventuale donatore.

Quando a Heidelberg ci fu la visita di dieci studenti di medicina nella mia stanza, vivemmo ciò come una particolare esperienza. Il loro compito era quello di stabilire una diagnosi, facendo domande mirate. Non appena gli studenti ebbero concluso il loro lavoro, mio marito fece loro questa domanda: «In che modo comunicherete un giorno una tale diagnosi ai vostri pazienti? Cosa direte? Non è sufficiente confrontare una persona con una diagnosi del genere, lasciandola poi nel vuoto, nella disperazione. Come pensate d’offrire loro aiuto – non solo a livello medico bensì umano?». – Nessuna risposta! Un lungo silenzio!!! A questo punto cogliemmo l’occasione per raccontare loro in quale modo noi fummo in grado di sopportare questa brutta notizia, dove trovammo l’aiuto e quale fosse il nostro fondamento. Qualsiasi persona che si trovi nella situazione di dover fare i conti con una simile diagnosi, si pone sempre questa domanda: «È finita? Per che cosa ho vissuto? Cosa m’avverrà, se dovessi morire?». Per poter rispondere a tali domande, ho bisogno d’un fondamento che mi regga anche in tali tempi di crisi – la Bibbia – Dio stesso è il fondamento e l’ancora che fornisce un appoggio sicuro:

▪ «Perché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Gv 3,16).
▪ «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno può venire al Padre, se non per mezzo di me» (Gv 14,6).

Questo significa che attraverso Gesù Cristo posso avere accesso al Padre. Ho bisogno di trovare perdono per la mia colpa, per il mio peccato. Se accetto il perdono in Cristo, divento un «figlio di Dio». Allora ho un Padre in cielo, nel quale posso confidare. Egli si prende cura di me, anche e soprattutto in tali fasi critiche. E so che quando morirò, sarò in cielo con Lui.

Dopo il periodo trascorso a Heidelberg, dovetti tornare ancora per una volta in clinica a Giessen per un’altra serie di chemioterapie molto forti. «Molto forti» significava: una serie di 21 chemioterapie in una dose 19 volte più forte! Una nausea insopportabile, dolori e vomito m’accompagnarono costantemente durante questo periodo. Parole come «tutto andrà per il meglio» risuonavano così vuote, così «prive di significato»! Sentivo però che Dio teneva la sua mano protettrice su di me e che nel bisogno potevo avvicinarmi a Lui nella preghiera. Dopo alcune settimane, fui dimessa dalla clinica di Giessen e dichiarata «guarita». Ciononostante, alcuni mesi dopo, caddi in una crisi interiore. A causa d’una debole infezione alla gola, i valori del sangue risultarono sballati. Ho dovuto sottopormi a una puntura del midollo osseo, per accertare se si trattasse d’una recidiva di leucemia. Dopo quest’esame ritornammo a casa. Il professore disse che ci avrebbe telefonato nel corso della giornata per comunicarci l’esito dell’esame. Iniziarono lunghe ore dell’attesa. Nel mio cuore gridavo a Dio!!! – Aver trepidato, sperato, combattuto… era stato tutto invano?!? Era veramente tornata a manifestarsi la leucemia nel mio corpo?!? Eppure tutto sembrava procedere così bene finora. Sarebbe ora iniziato di nuovo tutto da capo? I dolori, la sofferenza, la nausea, il vomito, la paura dei miei figli di perdere la loro madre?!?

Mi sentivo così sola. Non riuscivo più a seguire tutto quello che mi stava accadendo intorno. Disperata cercavo di pregare e dovetti constatare che nel mio cuore non regnava più la pace. Nel frattempo iniziai a pensare che Dio avrebbe potuto risolvere a mio favore la situazione, facendo in modo che il professore mi telefonasse dalla clinica e mi dicesse: «Signora Wende, tutta l’agitazione è stata inutile, i risultati delle analisi dimostrano che il midollo osseo è privo di cellule cancerose. È tutto apposto!». Purtroppo questo non divenne realtà: non ricevetti una simile telefonata, ma fui perseguitata e tormentata dalla paura d’essere di nuovo affetta dalla leucemia. Era un’attesa senza fine!
Trascorsero molte ore, finché finalmente alle 9 di sera squillò il telefono. Mia cognata mi chiamò: «È per te, è il professore dalla clinica!» – Nello stesso momento mi tornò in mente un passo biblico del libro d’Isaia (43, 1-3): «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio! Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà, perché io sono il Signore, il tuo Dio!». All’improvviso provai una pace nel mio cuore, che era indescrivibile. Mi cadde la benda dagli occhi: non morirò di leucemia né a causa del trapianto del midollo osseo, ma solo se e quando Dio lo vorrà! Ad un tratto sapevo che il Padre in cielo si sarebbe assunto la responsabilità per mio marito, per i miei figli e per me stessa, indipendentemente da quello che sarebbe successo! All’improvviso provai una gran gioia nel cuore. Avrei potuto abbracciare il mondo intero. Il professore dovette poi comunicarmi al telefono che erano state trovate nuovamente delle cellule cancerose nel midollo osseo e che quindi sarebbe stato necessario un trapianto del midollo osseo. Sembra incredibile, ma per me tutto ciò non era più importante in quel momento. Quello che contava era solo una cosa: provavo nuovamente una gran sicurezza e una pace profonda in Dio!

Fu quindi avviata la procedura per il trapianto del midollo osseo, che solo nove mesi prima era stato qualcosa d’impensabile per me. Ottenni subito un posto nella clinica. Per una settimana dovetti rimanere nella clinica universitaria di Heidelberg affinché si potessero eseguire tutti i preparativi. Alla vigilia di Natale mi fu concesso d’essere portata a casa per due giorni. Era il Natale 1988. Paura non ne avevo. Queste parole m’accompagnavano sempre: «Non temere, perché io ti ho riscattato», e «Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te», e ancora «la fiamma non ti consumerà, perché io sono il Signore, il tuo Dio!». Questo Natale lo festeggiammo in famiglia insieme in modo molto consapevole e contenti. Sarà l’ultima festa assieme? È nato il Salvatore, il mio Redentore. Quale privilegio poter appartenere a questo Redentore. Senza sentirci costretti o sotto pressione cantammo insieme: «È nato Cristo, il Salvatore…».

La partenza, il giorno di S. Stefano, procurò lacrime e dolore nei nostri cuori, ma la pace di Dio restò. I preparativi per il trapianto del midollo osseo iniziarono con una serie di radioterapie totali – per quattro giorni, tre volte al giorno, per 20 minuti. A questo punto sapevo già che queste radiazioni così forti in una dose così massiccia avrebbero potuto distruggere il mio corpo. Non avevo alternative. Successivamente fui anche sottoposta cinque volte al giorno, per quattro giorni, a una fortissima chemioterapia. In seguito ebbi un giorno di pausa, per affrontare poi il trapianto del midollo osseo, il 5 gennaio 1989. Mi fu trapiantato il mio proprio midollo osseo congelato! Le settimane che seguirono furono molto difficili. La serie di radiazioni e di chemioterapie ebbero delle ripercussioni. Le mie giornate erano caratterizzate da febbre e da forti dolori. La morfina procurava sollievo solo per brevi periodi. Ma nel mio cuore c’era sempre la pace nonostante le grandi pene a livello fisico.

Fui piena di gratitudine quando le colleghe e i colleghi di mio marito mi cantarono al telefono: «Signore, poiché la tua mano forte mi regge, confido tranquilla…». Potevo veramente continuare a confidare – nonostante l’esaurimento?!? Dopo che il midollo osseo malato fu distrutto completamente attraverso la serie di radioterapie e di chemioterapie, fu immesso nel corpo il midollo osseo sano attraverso una vena.

Alla gloria di Dio posso dire e testimoniare che non mi misi a contendere con Lui neanche per un momento. Avevo sempre pace in me! Il giorno del trapianto del midollo osseo era anche il compleanno di nostro figlio Tobias. Da quella volta festeggiamo questo giorno insieme: è ogni anno una data molto particolare nella nostra vita. Nel frattempo abbiamo avuto la gioia di festeggiare tanti Natali insieme e la sera della Vigilia risuona ogni anno: «È nato Cristo, il Salvatore!», la nostra salvezza – e il mio proprio Salvatore. Continuamente ritorno col pensiero a quegli anni passati. Quando venni a conoscenza della diagnosi, il giorno di giovedì santo del 1988, nella clinica universitaria a Giessen, pregai così: «Signore Gesù Cristo, anche se le prospettive non sono ora per niente buone, se mi doni ancora degli anni da vivere, voglio raccontare quello che tu avrai fatto per me!» – Nel frattempo son passati molti anni, nei quali molte persone malate ci hanno chiesto aiuto. Sempre più chiaramente riconosciamo il nostro compito nel prestare aiuto agli ammalati e ai loro familiari e nell’essere loro vicini durante questi periodi difficili, affinché le famiglie non vadano «alla deriva» a causa della malattia. Mio marito disse una volta: «Quando s’ama colui che soffre, perché colpito dalla malattia, si soffre da morire. La famiglia deve essere intatta». Attraverso la mia attività d’infermiera ho avuto modo di vedere che spesso i parenti non sanno come comportasi in tali situazioni e che quando viene diagnosticato il cancro, ciò ha su di loro lo stesso effetto d’una malattia contagiosa.

A questo punto, mio marito e io desideriamo offrire aiuto a coloro che sono colpiti da questa malattia e ai loro familiari – anche fino all’ora estrema! Ringraziando il Signore possiamo compiere questo tipo d’attività già da parecchi anni. Alti e bassi m’accompagnano tuttora, ma io sono grata di cuore per ogni giorno di vita che Dio mi dona. Quando nel 1996 mi misi a scrivere la mia storia, avevo superato molti anni con alti e bassi. Ogni punto basso della mia vita mi poneva di nuovo di fronte alla domanda: «È arrivata la temuta ricaduta?». In questi tempi particolarmente difficili, abbiamo continuamente sperimentato l’azione misericordiosa di Dio e la sua protezione. Non avrei mai pensato che, partendo dalla mia esperienza personale, avrebbe potuto svilupparsi un ministero: incontrare nel dialogo individuale altri malati di leucemia in situazioni disperate.

Nell’Ottobre del 1998 fondammo con alcuni amici, che già da tempo c’incoraggiavano in questa direzione, l’associazione «Leben & Hoffnung» (Vita e Speranza) – Assistenza per i malati di leucemia – Opera missionaria. Oggigiorno la forza, di cui dispongo, è sufficiente per svolgere i lavori domestici. Riconosco che il mio compito consiste nell’incoraggiare coloro che soffrono di leucemia, nell’assisterli mediante la Parola di Dio e la preghiera. Sono molto grata che tutta la famiglia ci sostenga in questo lavoro. Il filo conduttore dell’amore divino è visibile dall’inizio della malattia sino a oggi.

Questo articolo è dedicato a persone che si trovano in un periodo di crisi nella loro vita. Vuole essere, inoltre, un modo per ringraziare mio marito Rainer, i miei figli Matthias e Tobias, i miei genitori, i miei fratelli, la nostra chiesa, i nostri amici e tutti coloro che hanno pregato per me. Grazie per tutto il vostro amore, il sostegno e l’aiuto in tutto questo tempo di malattia. Desidero ringraziare inoltre i medici e tutto il personale infermieristico delle cliniche di Diez, di Giessen e di Heidelberg, per tutto l’aiuto datomi a livello medico e a livello umano.

Ma il ringraziamento più grande va al mio Salvatore Gesù Cristo.

▬ Traduzione di Riccardo Buzzi
▬ Revisione e adattamento di Nicola Martella
▬ © Leben & Hoffnung; per l’Italia Punto°A°Croce

Questo articolo e il libretto corrispondente si trova nelle seguenti lingue: ▪ tedesco ▪ russo ▪ inglese ▪ spagnolo ▪ francese ▪ rumeno ▪ turco ▪ arabo ▪ greco ▪ olandese ▪ ungherese ▪ italiano (visitare il sito mediante questo link e scaricare l'articolo nella lingua desiderata tra quelle disponibili).

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Dicembre 2008

Una lettera per te

Miei cari,
ogni anno c'è una celebrazione e quest’anno non è stato da meno. Durante questo periodo molte persone fanno spese per regali, ci sono molti annunci radio, pubblicità televisive ed in ogni parte del mondo ognuno parla del fatto che ci sarà il mio compleanno o che c’è stato già. E' veramente bello sapere, che almeno una volta l'anno, qualcuno mi pensa.
Come saprete, la celebrazione del mio compleanno è cominciata molti anni fa. All'inizio le persone sembravano capire ed essere grate per tutto quello che avevo fatto per loro, ma oggi, nessuno sembra capire o sapere la ragione di questa festa. Le famiglie e gli amici si riuniscono e si divertono un sacco, ma non afferrano il vero motivo di questa celebrazione. Anche quest’anno c'è stata una grossa festa in mio onore.
I tavoli erano pieni di cibo delizioso, carne, pasta, dolci, frutta fresca, frutta secca, cioccolato, bevande analcoliche, vino e liquori. Le decorazioni erano bellissime e c'erano molti, molti regali meravigliosamente incartati.
Ma, vuoi sapere una cosa? Io non sono stato invitato. Ero l'ospite d'onore e loro non si sono neanche ricordati di mandarmi un invito.
La festa era per me, ma quando il grande giorno è arrivato, sono stato lasciato fuori, mi hanno chiuso la porta in faccia... e io che volevo stare con loro a tavola e condividere la loro gioia ... Mah!
In verità, non mi sono sorpreso più di tanto, perchè negli ultimi anni sono sempre più numerose le persone che mi chiudono la porta in faccia durante tutto l’anno, lasciandomi fuori dalle loro case e dalle loro vite.
Comunque, dato che non sono stato invitato, ho deciso di entrare alla festa alla chetichella, senza fare alcun rumore. Ero lì in piedi, in un angolo, ma nessuno si è accorto di me. Stavano tutti bevendo, alcuni di loro erano ubriachi e raccontavano barzellette (alcune delle quali oscene), e ridevano per le cose più stupide.
Si stavano proprio divertendo. Oltre a tutto questo, un uomo grasso, tutto vestito di rosso, che indossava una lunga barba bianca è entrato nella stanza gridando Ho-Ho-Ho! Sembrava ubriaco. Si è seduto sul divano e tutti i bambini sono corsi verso di lui dicendo: "Babbo Natale, Babbo Natale"... come se la festa fosse stata in suo onore!
A mezzanotte ho notato che tutti si abbracciavano. Ho allargato le braccia sperando che qualcuno mi abbracciasse e... sai, nessuno mi ha abbracciato. Nessuno che si sia rivolto a me o che si fosse interessato a me!
Credo che alla fin fine, il mio compleanno era solo una scusa per non andare a lavorare oppure a scuola, e che la festa non fosse veramente per me, ma per loro stessi! Subito dopo hanno cominciato ad scambiarsi i regali. Li hanno aperti uno dopo l'altro con grande anticipazione. Una volta aperti tutti i regali ho guardato se ce ne fosse stato uno per me, ma neppure l’ombra. Come ti sentiresti se al tuo compleanno tutti condividessero regali e tu non ne ricevessi neanche uno? Allora ho capito che non ero desiderato a quella festa e sono andato via in silenzio.

Ogni anno la situazione peggiora. La gente si ricorda solo di mangiare e bere, dei regali, delle feste e nessuno si ricorda veramente di me e di quello che ho fatto per loro. Vorrei che sin da ora, senza dover attendere il prossimo Natale, tu mi permettessi di entrare nella tua vita. Vorrei che tu capissi il fatto che circa duemila anni fa sono venuto sulla terra per dare la mia vita per te sulla croce, per salvarti. Oggi, voglio che tu creda questo con tutto il tuo cuore. Se lo farai e mi farai posto nella tua vita e nel tuo cuore, io ti perdonerò tutti i peccati e ti farò una nuova persona.
....Voglio condividere qualcosa con te.
Visto che nessuno mi invita a queste feste, io avrò la mia celebrazione, una grandiosa festa che nessuno ha mai immaginato, una festa spettacolare. Sto ancora finendo di fare gli ultimi ritocchi. Oggi sto mandando molti inviti e c'è un invito per te. Voglio chiederti di venire perché sei già stato prenotato e il tuo nome è stato scritto in lettere dorate nel mio grande libro degli invitati. Soltanto coloro che sono su questa lista potranno entrare alla festa. Per entrare sarà necessario l’invito ed il desiderio di rispondervi positivamente, ma sono sicuro che tutti quelli che inviterò verranno volentieri. Ma chi cercherà di entrare senza invito non potrà. Preparati, perché quando tutto sarà pronto farai parte della mia grande festa. Ti voglio bene e ti aspetto!

Gesù

(Autore anonimo)

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Novembre 2008

Breve storia del Cristianesimo in Cina (1807-2007)

Paolo da Tarso, Martin Lutero, Billy Graham, Wang Mingdao, Allen Yuan, Samuel Lamb, Moses Xie...
Forse, alcuni di questi nomi qualcuno li sente per la prima volta; ma se, fra qualche anno, si scriverà un’edizione aggiornata della storia del Cristianesimo, forse qualcuno vi leggerà con grande sorpresa anche questi nomi.
Mingdao, Yuan, Lamb e Xie sono tra i pionieri delle cosiddette “chiese domestiche” cinesi, che oggi raccolgono milioni di cristiani in tutto il Paese. L’opera di vangelizzazione comincia con l’arrivo a Macao, in Cina, nel 1807, del venticinquenne Robert Morrison, un “agente” della Società Missionaria di Londra (London Missionary Society).

Nonostante gli sforzi, e dopo ben ventisette anni d’intenso lavoro, Morrison – primo missionario protestante in Cina – poteva riportare in patria la notizia della conversione a Cristo di appena dieci cinesi. Tuttavia, malgrado l’iniziale scoraggiamento, qualcosa stava cominciando a cambiare: qualcosa che avrebbe influenzato il successivo rogresso del Cristianesimo in Cina. La corona britannica aveva scoperto che la vendita dell’oppio india no sul mercato cinese permetteva di ripagare la costosa occupazione militare dell’India, e così, davanti alle resistenze cinesi ad aprire senza restrizioni i propri porti, la Gran Bretagna decise di aprili con la forza.

 

La successiva “Guerra dell’oppio” (1839-40) fu vinta dall’Inghilterra e si concluse con l’occupazione di Hong Kong, l’apertura della Cina al commercio con l’Occidente e la creazione di una zona franca lungo una determinata parte della costa meridionale.
Quest’ultima sanzione fece sì che sulla fascia costiera gli stranieri godessero di uno status di “extra-territorialità”, che favorì l’arrivo di un contingente sempre più massiccio di missionari europei. Tra questi, Hudson Taylor (1832-1905), che nel 1865 fondò la prima agenzia missionaria interdenominazionale, che mirava a operare all’interno del vastissimo territorio cinese.
Nacque così la China Inland Mission (CIM). Nel 1895, il numero di missionari operanti con la CIM aveva già raggiunto quota 641, e quasi tutte le province della Cina erano state raggiunte.

Ma nel volgere del secolo la politica tornò a complicare i tentativi di evangelizzazione della Cina. Un movimento politico nazionalista, risentito della forzata presenza di occidentali sul loro territorio, diede vita a una sommossa (la famigerata Rivolta dei Boxer), che nel 1900 portò alla morte di oltre 189 missionari protestanti e all’improvviso arresto per qualche tempo dell’attività missionaria. L’intervento di un corpo militare internazionale riportò la pace e causò l’ulteriore indebolimento politico della dinastia Qing, che di lì a poco (1911) fu soppiantata da un governo di tipo repubblicano, presieduto da un cristiano cinese di nome Sun Yat Sen (1866-1925), che in seguito fu soprannominato il “padre della Cina moderna”.

Nonostante l’intensificarsi dell’impegno evangelistico con l’arrivo di 8235 missionari tra il 1920 e il 1930, la Cina divenne sempre di più il terreno di lotta di due opposte fazioni: da un lato, c’erano i nazionalisti di Chiang Kai Shek (dichiaratosi cristiano e battezzato nel 1930); dall’altro, i comunisti di Mao Tse Tung (o Zedong, nella foto).
La lotta politica portò alla vittoria dei comunisti e all’espatrio di tutti i missionari operanti in Cina. Nel 1949, con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao sulla Piazza Tien An Men, cominciò la stagione più coraggiosa dell’evangelicalismo cinese.
 

Nonostante il tentativo comunista d’infiltrarsi nelle chiese protestanti attraverso l’istituto della registrazione ufficiale nel Movimento Patriottico delle Tre Autonomie (ovvero, l’autonomia economica, organizzativa e politica dagli USA), la maggior parte delle chiese non si registrò nell’unico organo ufficialmente riconosciuto dallo Stato comunista, e cominciarono allora a diffondersi le “chiese domestiche”, così chiamate per l’abitudine a tenere culti nelle case o negli scantinati. Negli anni, queste chiese si sono sviluppate un po’ ovunque in Cina, nonostante le persecuzioni da parte dello Stato, riuscendo anche a stabilire dei collegamenti informali le une con le altre.
Ecco i nomi di alcune di queste “reti” di chiese domestiche: Comunione di Fangchen, Comunione di Tanghe, Movimento Parola della Vita… In totale, queste chiese raccolgono diverse decine di milioni di cristiani!
Se nel 1949 l’ammontare di tutti i protestanti cinesi era inferiore al milione (936.000, per la precisione), oggi, secondo le più recenti proiezioni, sono cristiani 40 milioni di cinesi, vale a dire il 4% dell’intera popolazione. Sessant’anni di persecuzioni e privazioni hanno proiettato il Cristianesimo cinese a diventare una delle forze più dinamiche del l’evangelicalismo su scala mondiale.
Fra i tanti progetti Made in China c’è anche quello intitolato: “Ritorno a Gerusalemme”, un piano per evangelizzare tutti i Paesi dell’Asia centrale con un corpo di 100.000 missionari lungo l’antica Via della Seta, per arrivare fino a Gerusalemme, da dove il messaggio del nostro Signore è partito 2000 anni fa.

La storia è stata liberamente adattata dalla 2ª ediz. aggiornata (2006) di David Aikman, Jesus in Beijing, Monarch Books, Oxford, 2003. Fonte: Ideaitalia, novembre 2008

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Dicembre 2007

Ha compiuto 400 anni la traduzione della Bibbia in italiano di Giovanni Diodati.

La Bibbia di Giovanni Diodati, che nel 2007 ha compiuto 400 anni, è la traduzione classica delle Scritture per il protestantesimo di lingua italiana e, in assoluto, la più antica versione italiana che abbia avuto continuità di lettura ininterrotta dalla sua prima pubblicazione fino al giorno d’oggi...

Già nel Medioevo ci sono testimonianze di traduzioni di testi biblici in italiano tramandate da codici manoscritti. Fu però durante l’Umanesimo e il Rinascimento che si ebbero le prime traduzioni complete, ad opera del monaco Niccolò Malermi sulla base del testo latino nel 1471 e dell’evangelico fiorentino Antonio Brucioli sui testi originali in ebraico e greco nel 1532. Entrambe le edizioni scomparvero ben presto dalla circolazione in base alle disposizioni del Concilio di Trento che indicava la versione Vulgata, in latino, come l’unico testo della Bibbia consentito e proibiva la lettura e il possesso di traduzioni in italiano.

 

Con la Riforma del XVI secolo, però, si era ormai affermata l’urgenza di leggere i testi delle Scritture nelle lingue nazionali: per il principio del “Sola Scriptura”, infatti, la Bibbia era l’autorità in base alla quale vivere la propria fede e riformare la chiesa. Era dunque importante che ogni credente potesse leggerne i testi nella propria lingua.

Ad offrire questa possibilità agli italiani fu il teologo e linguista Giovanni Diodati (1576-1649), nato a Ginevra ma “di nazion lucchese”. Diodati studiò presso l’Accademia di Ginevra dove fu poi professore di lingua ebraica e di teologia. La sua fama è però legata alla traduzione in lingua italiana della Bibbia che pubblicò nel 1607 con l’intento di offrire ai suoi compatrioti un testo comprensibile e fedele agli originali ebraici e greci. Stampata da un editore ginevrino, la Bibbia ha dimensioni abbastanza maneggevoli, pensate per una possibile evangelizzazione dell’Italia, ed è corredata da note esplicative. Sul frontespizio compare la figura di un seminatore, evidente richiamo alla parabola evangelica che invita a spargere il seme della Parola, e il motto “Son art en Dieu” (la sua arte in Dio).

La Bibbia tradotta dal Diodati ha avuto una storia avventurosa: diffusione clandestina per secoli, sequestri, pregiudizi, roghi, processi ecc. Ha anche accompagnato i moti risorgimentali come segno di libertà, dando sostanza all’opera delle chiese evangeliche e contribuendo all’alfabetizzazione della popolazione.
Una delle poche copie di questa Bibbia è conservata alla Biblioteca Estense di Modena, dove è possibile ammirarla assieme alla più conosciuta Bibbia miniata di Borso d’Este.

In occasione del 400° anniversario della prima traduzione della Bibbia in lingua Italiana, sabato 22 dicembre si è tenuta una conferenza sul tema: "Giovanni Diodati: non solo traduttore". La conferenza è stata organizzata dalla Chiesa Evangelica di Via Di Vittorio, 14, con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Modena - Assessorato alla Cultura. Relatore è stato il Prof. Fares Marzone, preside dell’Istituto Biblico Evangelico Italiano di Roma. La conferenza si è tenuta presso la sala "Ex Oratorio" della Biblioteca Estense, Porta S. Agostino, a Modena.

E' possibile ascoltare la conferenza cliccando qui...

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